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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,011- Guilhem de Peitieu

 

La «istruzione per l’uso» che accompagna, insieme con gli indirizzi delle tornadas, questo componimento (cobla 7) precisa: «Perché questo vers possa giovare, dev’essere inteso nella maniera giusta». La mossa è tipica della letteratura con intento precettistico: e difatti il vers è dedicato all’esposizione apodittica di regole «cortesi» da osservare, pena l'insuccesso, l’esclusione dalla cerchia dei «fedeli d'Amore» (vv. 25-26).
 
Che cosa significa che il vers va inteso «nella maniera giusta»? Al limite, significa che esso è una palinodia, un distanziarsi dell'autore da errori del passato. L'insistenza sulla possibilità che il messaggio sia frainteso si motiva quindi anche col fatto che esistono dei precedenti: l'analisi di uno di questi, concernente l'autore stesso, evoca la situazione empirica rispetto a cui va riaffermata la validità delle norme.
 
La mossa di partenza è offerta —una volta di più1— dalla proiezione di un evento naturale sulla sfera dei sentimenti umani. Scatta il meccanismo tipico dell'esordio stagionale: «è inevitabile che ognuno si abbandoni alla gioia, perché è giunta la primavera». Di più: come la natura si risveglia da uno stato di letargia invernale, così anche la gioia, che è presente in potenza «nel cuor gentile», va attualizzata: ognuno deve gioire attivamente della gioia che gli spetta (vv. 5-6).
 
In questa apertura si palesa già la situazione di conflitto: se la regola enunciata è valida, come mai alcuni —fra essi l'autore— non posson godere dell'amore? La risposta provvisoria è che ciò è giusto, perché amore dona gioia solo a chi ne osserva le leggi. V’è dunque stata un’infrazione di tali leggi, perpetrata da parte di colui che parla (vv. 13-15), ad onta della logica più elementare2: benché cosciente della contraddizione profonda del suo agire —della sua evidente vanitas (v. 18)— egli ha tuttavia ciecamente agito. Per questo la gioia attesa manca.
 
A questa analisi segue una sentenza che risolve la contraddizione fra buona volontà soggettiva di chi ha cercato, senza trovare, e le regole dell’amore: la buona volontà ha buon esito, se è «paziente», se sa assoggettarsi.
 
Il buon esito è vincolato all’osservanza delle regole stesse3, il cui centro di forza è appunto la ricerca del consenso con l'élite dei fis amans. A questo gruppo si rivolge il componimento, a questo gruppo appartiene qui be l'enten.
 
È stato giustamente osservato che l'immagine in cui viene espresso questo concetto d'élite —quella dell’aizi d'Amor— implica la concezione di un sistema prefissato dei rapporti intersoggettivi fra i membri di un gruppo (in questo caso, quello dei «fedeli d'amore»)4. È quasi superfluo indicare come questo sistema ricalchi il sistema dei rapporti fra signori feudali, anzi integri l'appartenenza all'élite dei fis amans nella dimensione sociale delle cort. In tale mescolanza dei due piani —quello ideale e quello reale— andranno osservati due elementi caratteristici; in primo luogo, che la problematica dell’in-group si pone solo al livello della classe dominante; in secondo luogo, che i suoi principi non vengono in alcun punto messi in dubbio, anzi il momento individuale è utilizzato dialetticamente, per sottolineare la normatività delle regole del gruppo.
 
II primo elemento —ça va de soi— segna i limiti all’interno dei quali la lirica cortese, in massima parte, fa i suoi conti con la realtà sociale. Sarebbe assurdo pretendere da un gruppo dominante che esso —direttamente o attraverso i propri intellettuali5— dia l'avvio a una critica del sistema a cui deve la propria posizione di supremazia. D'altra parte, persino in prodotti mediati come questo componimento si può scorgere il riflesso delle difficoltà che questa classe incontra nel corso dell'evoluzione economico-sociale: se è vero che il sistema si regge ormai su un precario equilibrio di forze; che le sue «leggi» devono continuamente riconfermare, nella pratica della lotta armata, la propria validità6; allora non stupirà l'insistenza sulla necessità di assoggettarsi a una legalità superiore (vv. 25-26), di restare in accordo con gli altri potenti (vv. 27-28), di ratificare con tale obediensa lo statu quo. Il catalogo dei precetti per il fis amans è una proiezione —per non dire una sublimazione— dei presupposti che mancano alla stabilità del sistema sociale feudale: tali presupposti —che sfociano in una presa di posizione teorica contro la «anarchia feudale»— si mediano, come s'è accennato, nel concetto della cort, punto d’incontro fra la realtà di classe e il sistema ideologico ed espressivo che chiamiamo «cortese».
 
È notevole come la problematica del rapporto fra strutture sociali e ideologia venga incentrata sul problema della «lingua» (chi aspira ad essere un perfetto amante si guardi, en cort, de parlar vilanamen): v'è insomma una relazione univoca così fra sistema sociale e sistema ideologico, come fra la appartenenza al gruppo dominante e l'impiego di un determinato «linguaggio».
 
V'è di più: un caso particolare dell’impiego di questo linguaggio —contrassegno d'appartenenza all’in-group— è quello di cui il vers medesimo offre testimonianza. Le due tornadas sono esplicite in proposito: e la «lode» di cui esse si fanno garanti presso i destinatari discende in pari misura dall’intrinseca qualità tecnica del componimento (vv. 39-42) e dall'«intelletto d'amore» che accomuna mittente e destinatari. Intendere bene e ben poetare sono due Erscheinungsformen della medesima realtà, indicando parametri complementari del comportamento corretto rispetto alle norme cortesi (sotto questo punto di vista, la parte finale del componimento conferma che il tono «universalistico» dell’esordio —vv. 5-6 — è veramente valido solo all’interno dell’élite). Si potrebbe forse andare più in là e verificare in quale misura l'importanza predominante che il concetto specialistico del poetare assume già in questi prodotti di epoca alta sia riflesso di una mentalità normativa, plasmata dalle consuetudini di strutture sociali chiuse7.
 
Ma ritorniamo all'osservazione riguardante i rapporti fra norma ed esperienza individuale: la distribuzione dei due momenti nell'economia del vers è significativa. Il richiamo alla norma accompagna e relativizza continuamente la validità dell'esperienza, così nelle coblas 2 e 4; in quest'ultima, poi, il reprovers segna il passaggio all'esportazione diretta del canone di comportamento cortese.
 
Il rinvio dello Scheludko a concetti cristiani quali l'obedientia e la caritas —che Guglielmo avrebbe ripreso e profanizzato nel senso dell'amor cortese —è impreciso, nella misura in cui, nel testo, non si hanno elementi significanti della sfera «religiosa»8, eccezion fatta per quello, generico, di «sottomissione a un potere superiore»9.
 
Andrà precisato, una volta di più, come fra ideologia e realtà sociale i rapporti siano principalmente dialettici: da un lato, l'idea —comune alle religioni rivelate— di un potere superiore, di fronte a cui è doveroso inchinarsi, influenza in maniera decisiva le espressioni culturali dell’epoca (in virtù e per il tramite del monopolio quasi assoluto delle organizzazioni ecclesiastiche in campo culturale); dall'altro lato, tale mentalità, negli individui come nelle istituzioni, non si riproduce direttamente, per «partenogenesi ideologica», bensì risponde alle esigenze dell’ordine sociale e delle sue determinazioni economiche.
 
Il reprovers, come s'è detto, indica entro quali limiti la volontà individuale (coratge) trovi realizzazione (poder): la sottomissione (sufrir) che segna tali limiti viene chiaramente riferita alla sfera dei rapporti sociali, nella loro sublimazione «cortese», non già in quella religiosa. In tale prospettiva, i termini-chiave obediens, obediensa10 sono —contrariamente a ciò che indicherebbe un’analisi ideologica esteriore del componimento— univoci e non equivoci11: l'aizis è la cort, che istituisce ed amministra le norme dalla cui osservanza dipende la felicità individuale.
 
 
 

   EDIZIONI PRINCIPALI: Jeanroy, VII. - Holland-Keller; Riquer p. 21; Roncaglia, 25 poesie, p.18.

   METRICA: 7 coblas singulars (schema 8a 8a 8a 4b 8a 4b) + 2 tornadas (8a 4b 8a 4b). Cfr. Frank 55:5.

   Rime maschili. Rima a: cobla 1 -ir, 2 -e, 3 -i, 4 -er, 5 -is, 6 -ar, 7 -au; tornadas -au. Rima b: -ens (rima fissa).

   Le coblas  6 e 7 possono esser considerate capfinidas (v. 30 obediens / 31 obediensa).

   Rime equivoche: 37: 43, 47 (vau); 38: 41: 45, 49 (lau).

   Rime identiche: quelle delle due tornadas.

   Per le rime in -au delle coblas 7 ss., cfre Nota linguistica § 12,5.

 

 

 

 

 

 

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