Fra i componimenti di Guglielmo è questo certo il più chiaramente dettato da concreti motivi personali, il più «oggettivo» per così dire. Una breve analisi dei contenuti mette in luce la carica di éngagement ideologico sottesa a tali motivi: l'exordium e causa dicendi —Guglielmo poeta perchè n e prova impulso— trapassa direttamente in una dichiarazione dello stato affettivo dell'autore, che è quello di dolor; motivo di questo stato è il cessare di una situazione in cui egli era finora obedienz.
Obedienz, fin qui inteso come «servente d'amore», è invece —come dimostra il Roncaglia— un'espressione che sintetizza l'osservanza delle norme feudali, impiegata in senso proprio1. L'obediensa verso il superiore nella gerarchia dei servizi —nel caso: il re di Francia, di cui Guglielmo si dichiara vassallo (v. 14)— garantisce protezione e soccorso da parte di questi, in caso di pericolo; tale protezione si tramanda per linea discendente, interessando anche i successori del vassallo (mon fils, v. 7). Casi classici di necessità di protezione sono l'aggressione dei co-vassalli (i vezi, v. 3) e l'insubordinazione dei vassalli dipendenti (vv. 15-16): in entrambi i casi, l'infrazione del patto su cui riposa la distribuzione dei poteri feudali. Tale infrazione può talora esser motivata da un torto subito dall'inferiore (v. 21-22), ed è allora «legittima», mentre altrimenti si ha felonia (v. 16).
La mossa sentimentale dell'autore —l'esser dolenz— è quindi motivata: esser obedienz significava accettare un sistema di norme e garanzie sociali assicuranti la conservazione dello statu quo (concretamente: il potere su un determinato territorio: v. 4 e 12; al limite: l'integrità fisica: v. 8, 15); significava la possibilità di appellarsi alle istanze superiori contro atti illegali e illegittimi (v. 8, 15-16); significava, eventualmente, la possibilità di sanare torti inflitti a membri del gruppo (conpaignon, v. 21), senza giungere a un conflitto aperto con essi (guerra, v. 7).
Ma tali possibilità offerte da un sistema legale sono negate a chi deve abbandonare il territorio in cui esso ha validità (il caso classico è quello dell'eisil, che comporta la perdita dei diritti civili: v. 5)2: Guglielmo si sente prossimo alla morte (v. 32, 37), i suoi problemi trapasseranno al successore. Ma questi è un debole giovinetto (v. 20): anche se il sistema feudale prevede —per simili situazioni— un ausilio legale, cioè la nomina di un tutore, a cui spetta il compito di custodire e difendere il possesso dell'erede fino a sua maggior età (v. 11-12), manca tuttavia la certezza dell'intervento di tali protettori (v. 13-16): e senza di questa non v'è quiete per chi deve abbandonare il figlio, il possesso, il mondo.
Così sviluppato, il tema dell'obedienza occupa la prima parte del testo. Si può anzi dire che esso prosegua anche oltre, seppure con diversa posizione degli accenti: lasciando, con la morte, il servizio feudale mondano, Guglielmo non cessa infatti di essere sottoposto ad una giurisdizione: quella di Nostre Seigner. Come —in altri testi3— le norme della società feudale stavano in rapporto dialettico con il termine assoluto Amor, così, in questo, esse si relativizzano rispetto a Dio. Tali norme compaiono, nella seconda parte del componimento (coblas 7-9), nella loro espressione ideologica (proeza e joi, 25; coindes e gais, 29; cavalaria, orgueil, 34), e vengono volta per volta «superate» —in senso dialettico— dal nuovo valore posto dal precetto divino4. Esse però non vengono sconfessate in senso assoluto, bensì solo in una prospettiva gradualistica, in cui vale il precetto: ubi maior, minor cessat. Una tale concezione dei rapporti fra sfera mondana e sfera ultramondana concorda anche con quanto era espresso nella prima parte del testo, rendendone più plausibile il pathos personale e politico: Guglielmo, che consiglia al successore di essere savis e pros (v. 17), contraddirrebbe a se stesso, ripudiando più avanti la proeza come errore irremediabile (v. 25): proeza, cavalaria, coindeza sono valori positivi per chi opera su questa terra e vuole occuparvi degnamente il posto che gli spetta nella piramide gerarchica stabilita. Se poi, nella prima parte, manca il richiamo alle altre qualità mondane nominate nella seconda (joi, gaieza, orgueil), ciò dipende solo dall'occasione dell'admonitio, lo stato di tensione politica che richiede dal figlio soprattutto virtù guerriere. Ma —al di fuori di questa limitazione dovuta a motivi occasionali— Guglielmo è altrimenti lontano da atteggiamenti di sdegno e rifiuto dell'amor mundi: egli lascia (con rimpianto) gli attributi del fasto terreno (v. 41-42; vair e gris e sembeli), solo perchè nella nuova «giurisdizione» essi non hanno più senso.
Non si ha dunque il consueto schema dualistico del moralismo religioso. Certo, nel contesto non mancano accenni alla problematica del peccato (peccador, 28; lo fais, 31): essi hanno però il medesimo valore contestuale dell'accenno —che li precede— al torto fatto al conpaignon (v. 21-22): si tratta di infrazioni a due complessi di norme complementari e non antagonistici. Non si capirebbe altrimenti l'esortazione agli amics, perchè vengano tutti a render omaggio all'antico compagno cortese, motivata col fatto che questi ha avuto joi e deport in ogni momento della sua esistenza (cobla 10): a questo invito è sottintesa la fiducia di Guglielmo nella fondamentale correttezza del proprio operare terreno, la sua coscienza di aver da rimpiangere, e non da rimproverarsi, la vita condotta nella osservanza delle norme «cortesi» (feudali in senso lato); di aver da chiedere perdono —a Dio e al prossimo— solo per l'infrazione di queste.
La denominazione di Busslied («canzone di penitenza»), data ripetutamente al componimento5, è quindi inesatta, perchè in esso manca appunto la netta contrapposizione fra un mondo «vano e fallace» e il cielo «eterno e beato». Piuttosto, Pos de chantar m'es pres talenz contiene elementi che richiamano un altro tipo di componimento, il planh, trasformati però e adattati alla particolare situazione. Dei temi tipici del compianto funebre6 sono individuabili: l'elogio del defunto, con l'enumerazione delle sue virtù (vv. 25, 29, 39-40) e l'accenno all'ambito in cui egli operò (vv. 4 , 40); poi, il motivo della dipartita, che lascia i superstiti in questa «perigliosa valle di lacrime» (vv. 4-8, 15-16); l'esortazione al successore ad esser degno dello scomparso (v. 17); l'invito ai compagni terreni, perchè rendano omaggio al defunto (vv. 37-38) e preghino per lui (vv. 23-24); l'invocazione a Dio, di accoglierlo nel suo regno (v. 36). Tutti questi elementi, però, assumono una fisionomia particolare, per l'impostazione «centripeta» del componimento, in cui autore e persona cantata coincidono: si ha un caso d'impiego dei contrassegni del planctus in una variante «riflessiva», dove essi vengono caricati di nuove funzione e significazioni, senza perciò perdere del tutto quelle originarie7. Come si è già osservato a proposito di un altro testo di Guglielmo, le strutture retorico-formali di un genere letterario (specialmente quelle individuabili a livello di inventio) diventano elementi costitutivi di una nuova struttura, che in parte rompe gli schemi stessi della dottrina dei generi8.
Il planctus rappresenta difatti un tipo di composizione implicante —in linea di massima— posizione sociale elevata del personaggio celebratovi: esso, come il panegirico, rientra nella serie dei prodotti letterari che presuppongono una chiara linea di separazione fra celebrante e celebrato; dove tale linea vien meno, si ha un'infrazione della normalità sociologico-letteraria del medioevo (quale è espressa per es. dalla «ruota di Virgilio»9). Un caso particolare di infrazione è appunto la Umfunktionierung del motivo del planctus da parte di Guglielmo: qui l'innovazione è doppia —ma limitata, da punto di vista sociologico—, perchè la caduta della barriera fra celebrante e celebrato coincide con una riduzione dell'occasione tipica (morte di un potente) a quella, atipica, del sentimento soggettivo della morte prossima, espresso dal potente medesimo.
Il compianto di Guglielmo è perciò tutto incentrato sull' Io dell'autore10. Anche la distribuzione dei soggetti nelle coblas ne dà chiara testimonianza: nella loro architettura logico-sintattica prevale la prima persona, sia direttamente (prima e ultima cobla), sia indirettamente, come punto attorno a cui si dispongono gli altri soggetti11. Si sarebbe tentati di scorgere, in tale «egocentrismo grammaticale», un riflesso della situazione di supremazia sociale dell'autore: forze contrastanti grammaticalmente espresse da soggetti di terza persona) sono principalmente i nemici dell'ordine costituito (i felon vezi dei vv. 8, 15-16, 19-20). Ma la simmetria grammaticale è fallace, dato che entrano in gioco anche altri soggetti: innanzi tutto, il figlio (v. 17-18) e i suoi tutori (v. I3-14), poi il conpaignon e gli amics (cobla 6 e v. 38). Dal punto di vista concettuale —come s'è accennato sopra— si tratta anche per queste di forze tendenzialmente conformi al sistema delle norme feudali, partecipi quindi di un'ideologia «centripeta» del potere. La sintassi in cui esse compaiono (v. 13-14, 17) è una sintassi ipotetica, che indica come la loro partecipazione a tale ideologia non sia data una tantum, ma dipenda dall'osservanza delle norme medesime12.
Invece il soggetto di terza persona più importante non conosce relativizzazioni: è Dio (vv. 27-28, 30, 35-36), che costituisce un nuovo punto verso cui si orienta Guglielmo, in vista del passaggio al suo servizio esclusivo13.
Notes al peu
EDIZIONI PRINCIPALI: Jeanroy XI. - Bartsch, Chrest.; Berry, p. 48; Brittain, p. 100; Cavaliere, p. 7; Crescini, Manuale; Gentile, p. 86; Hill-Bergin, p. 10; Holland-Keller; Marone, p. 48; Riquer, p. 30; Roncaglia, 25 poesie, p. 21; Viscardi, p. 23.
H. Kuen, Wilhelm IX, Graf von Poitiers, Pos de chantar m'es pres talenz, in Miscelánea A. Griera, Barcelona 1960, pp. 3-6, dà solo il testo dell'edizione Jeanroy e una traduzione ritmica in tedesco.
METRICA: 10 coblas singulars (schema: 8a 8a 8a 8b) + 1 tornada (8a 8b). Cfr. Frank, 44:7.
Rime maschili. Rima a: cobla 1 -enz, 2 -il, 3 -eus, 4 -or, 5 -os, 6 -on, 7 -ui, 8 -ais, 9 -ueill (-uoill), 10 e tornada -ort. Rima b -i/î (rima fissa).
Rima equivoca: 28:32 (fi); cfr. IX 11:20.
Rima cara: -eus (cobla 3).