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Bertoni, Giulio. I trovatori d'Italia. Modena: Editore Cav. Umberto Orlandini, 1915.

371,001- Perseval Doria

1. Ho interpretato felon per «irato, inacerbito» e enic avrei potuto interpretare anche come «triste», il quale aggettivo bene quadrerebbe con il contesto (quanto a felon, vedasi anzitutto Levy, III, 430; e per enic = triste, v. Bartsch-Koschwitz, Chrest. 6, 67, 29: «totz temps n'aurai mon cor enic»). Se ho preferito, tutto sommato, il senso di «cattivo, indurito per le sofferenze» egli è che enic ha tale significato nei passi, a me noti, in cui trovasi insieme a felon. Questi passi sono: Peire Vidal (ediz. Bartsch, IV, 78): Alaman, trop vos dic — Vilan, felon, enic; Castelloza (Schultz-Gora, Prov. Dicht., 8, 1, 12): Si·us mostrava cor fellon ni enic; Peire Cardenal (Appel, Chrest. 4, n. 78): Clergues, qui vos chauzic — Ses fellon cor enic. Nel componimento di Peire Vidal Ajostar vv. 88-89, il ms. D ha (contro altri codici): M'an loignat del peron — Dont ai mon cor felon.
 
5. mal e genzic. Il ms. ha magenzic. Il Crescini, Giorn. stor. d. lett. ital., XLVII, 335-6, pure approvando la mia congettura proposta in Trov. min. di Genova, p. 65, sospetta un'altra soluzione: mal agenzic, la quale ha il suo fondamento nell'esistenza in prov. moderno di un verbo adenci (cioè: agencir) che si riattacca al sost. gensi, jansi denzi «agacement» detto dei denti. Il senso, accettando la proposta del Crescini (1), sarebbe il medesimo «fastidio, noia, cruccio». Ma, trovandosi attestato in Giraut de Bornelh genzic (Levy, IV, 112: anz l’en creis ira e genzics) meglio vale, panni, attenersi alla mia correzione. Il limos. mod. janzi mi fu fatto conoscere nell'anno 1903 dallo Chabaneau (Trov. min., p. 65). Dal Levy, IV, 112 (1904) e dal Crescini, Giorn. cit. p. 335, n. 3 (1906) ho poi appreso che la voce era già stata registrata dal Mistral e anche dall'Honorat (che io avevo avuto il torto di non consultare per questo vocabolo). Oggi posso aggiungere che la voce si rinviene, senza il suffisso, nelle parlate della Haute-Saône: Così, a Champlitte si ha jens «agacement des dents», a Rougemont: djes e a Laret: ench (i quali hanno il medesimo senso e difficilmente potranno staccarsi da jens). Colà si ha anche: gences, jes (comunicazione di C. Juret). Penso poi che il semplice gens possa essere un deverbale di un gensar (gemitiare, non attestato), che col senso di «haleter» trovasi nel dizion. di Azaïs.
Nei Psaumes de la Pénitence, CI, 17 e 73 si ha: gensamens «gemissement».
 
7. mala vic «malora vide», cioè: «disgraziato è chi, ecc.». Crescini, Giorn. cit., p. 337 ha osservato giustamente che qui abbiamo il verbo vezer (e non già il verbo viure, tanto più che un vic = viu non è ammissibile) e ha citato qualche caso di mala (sott. «ora») unito a vezer. Cfr. Peire Vidal, Tant ai longamen str. II: Mala vi sa gran beutat — E sa cortesia. E senza vezer: Arn. de Mar. (Lo genz): mala fui tant enamoratz. Con bona [ora]: que bon'anc fos (Rev. d. lang. rom., S. III, vol. VII, p. 289). Cfr. in italiano, Guittone: Ai con mal vidi (son. LVII, v. 12), dove, però, mal è usato avverbialmente.
 
10. francs. Il senso è qui di «grazioso, piacevole» o, come dice il Donatz 42b, 42: «mansuetus» (Levy, III, 585).
 
13. estancs. Lo Jeanroy, Romania, XXXIII, 611 interpreta «avari» (di lor beni); ma l'interpretazione mi par forzata, poichè a tale significato estonc va condotto non senza sforzo. Mi accontento di ricordare il seguente passo di Peire Vidal, Car' amiga, vv. 41-42: Velha rica tenh per manca — Quont a poder e no dona. Parmi che vi sia analogia d'idee.
 
17. ses cors rancs, alla lettera «senza corpi stroppiati», cioè: «dei corpi vigorosi». Interpretazione sicura. Cfr. Crescini, Giorn. cit., p. 338.
 
18. Il sobrels del ms. rende il verso ipermetro. Una correzione adunque si impone. La mia vecchia proposta c'an suffert colps sobrels flancs (Trovat. min., p. 1) se aveva il vantaggio di mantenere il sobrels, forzava alquanto il ms. camon sufrir c. Col nuovo emendamento, suggerito dal Crescini, Giorn. cit., p. 338, si tocca il sobrels, ma si lascia intatta la restante parte del verso.
 
21. Per correggere il ms. els, potrei anche adottare e·l, ma preferisco e·il perchè più evidente. V. anche al v. 23. Siccome poi Perceval Doria rispettava le norme della declinazione a due casi, così ho mutato al v. 35 qels pros in qe·il pros, attribuendo la forma obl. a un copista, forse a Bernart Amoros. Allo stesso copista vorrei anche attribuire gaiart per gaillart (galhart) con l’-j- (da -lh-) che si trova in mod. provenzale, se non fossi trattenuto dal pensiero che la forma gaiart sia stata propria di Perceval Doria. Il rifl. genovese nel dial. odierno è g, ma nell'antico pare essere stato j (vedansi le forme taiada, corneiano in Parodi, Arch. glott., XIV, 6). E, del resto, l'od. g presuppone un j (cfr. venez. famega da fameja).
 
23. Traduco recrezen per «rinnegatori». Il Crescini, Giorn., p. 338 ha bene interpretato il vocabolo, com'è naturale, e ha proposto di mantenere nell'italiano la parola, «che un'altra non saprebbe sostituire con eguale efficacia». Parmi però che rinnegatore (della patria o del loro partito) convenga pienamente. Aggiungasi il nostro passo al Levy, VII, 123.
 
24. eniein e art. Cfr. Gir. De Bornelh, Can lo glatz, vv. 44-45 (ediz. Kolsen, p. 62): Et es tan greus — La guerra devas totas partz — Que no lor ten pro genhs ni artz.
 
25. regart. Ha qui il senso di «paura» Jeanroy, Romania, XXXIII, 173; Levy, VII, 173. Per es. Paor ac e doptansa e regart Chans. d'Ant, 207; Gavaudan: Regart deu aver e paor (ediz. Jeanroy, in Romania, XXXIV, n. VIII, v. 23, p. 530). In ant. franc. avoir regart «aver paura e aver ragione di aver paura». Tobler, Prov. au vilain, 190, 1-2: Quant i' ai d'aucum regart — Au mieuz que puis me gart.
 
28. sonaill «clangore» della battaglia. Cfr. Crescini, Giorn. cit., p. 338.
 
31. La lez. del ms. tarail non si può rigettare senz'altro (anche in prov. od. al Varo si ha tarrai; Mistral, s. terrai e Crescini, p. 339). Il senso è «terrapieno». Vedasi la piccola e utile dissertazione del Crescini, a pp. 340-341.
 
35. pros. Abbiamo, come è noto, in a. prov. pro e pros. Levy Petit dict. prov.-fr., p. 308. Cfr. Dejeanne, Annales du Midi, XVII, 267. Loin de nuaill. Il senso della locuzione è stato bene indicato dallo Jeanroy, Romania, XXXIII, 611.
 
37-39. Engles. Allusione alla politica della Chiesa in favore di Enrico d'Inghilterra. Proprio nel periodo in cui fu scritto il nostro serventese, la santa Sede aveva investito del regno meridionale il figlio di Enrico, Edmondo. I Guelfi speravano che l'Inghilterra facesse valere con le armi ciò che consideravano come un diritto.
 
43. I «re» sono Alfonso X di Castiglia e Giacomo I d'Aragona. Vedi questo vol. a p. 93.
 
44. Il Crescini (p. 342) leggerebbe: anz en prendo mescap, dan (e registra in nota un'altra ipotesi, alla quale, si vede, non attribuisce molta importanza: anz en prendo mercadan «piuttosto ne pigliano [di quel di Granata] mercanteggiando»). Tra mescap e dan, però, la copula è quasi necessaria. D'altronde, necessario pare altresì en. Ond'io propongo prendo·n.
 
55. Col Torraca (Studi, p. 213) mi risolvo a vedere in mieil (corr. mieils) d'amor un «senhal» e ciò in causa del leis, che segue subito dopo, v. 58. Cfr. Crescini, Giorn. cit. p. 343.
 
64. Deu prec. Ci si aspetterebbe piuttosto Deus, perchè è soggetto della proposizione secondaria; ma non è escluso che si possa adoperare l'accusativo. Vedi la nota al v. 8 del testo n. I. Si noti che lo stesso Percivalle, nel componimento seguente (v. 7) scrive: eu prec Dieus t’arip, ma Dieus sta qui dopo prec e vi appare chiaramente come soggetto di arip (adripet).
 
68. Da notarsi Matfrei obliquo con reis nominativo per il vocativo. Ma Percivalle usa anche Matfrei al nominativo (v. 49).
 
 
 
Nota:
 
1. Assai meno deve piacere la proposta del Torraca (Studi su la lir. ital. 211): mager afic (in caso: major, perchè la lingua del Doria è buona). ()

 

 

 

 

 

 

 

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