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Bertoni, Giulio. I trovatori d'Italia. Modena: Editore Cav. Umberto Orlandini, 1915.

371,002=149a,001- Perseval Doria

1. trip. Vedo qui un'allusione alla «società» dei giullari, contro i quali poeti si sbizzarrivano volentieri, come fece Aim. De Peguilhan, a ragion d'esempio, nel suo celebre serventese Li fol e·il put (De Bartholomaeis, in Studj romanzi, VII, estr. di pp. 50). Cfr. Witthoeft, Sirv. joglaresc, p. 4 sgg. Se si volesse, però, interpretare trip quale «schiatta» (Romania, XL, 456), non avrei nulla di grave da objettare. Ma poichè abbiamo da fare con un giullare (come è mostrato da tutte insieme le parole che gli rivolge Percivalle e dal modo come si trattano i due, l'uno col «tu», l'altro col «voi») parmi che la prima alternativa sia da scegliere.
 
3. metr' el cip «spendere, largheggiare, donare (senso comune all’ant. prov. metre) in pranzi» cioè in «cibo» (cip).
 
4. foram Felip. Notevole espressione, per significare l'amicizia intima, onde i due sarebbero stati legati, qualora il Doria fosse stato ricco e avesse largheggiato in pranzi verso Filippo. Si sa che un giuoco speciale, che consiste fra amici nel dividersi due semi trovati eventualmente entro l'osso di un frutto, impegnandosi ognuno a compiere una determinata cosa a un determinato momento, si chiama, almeno in Francia, filippine. Nell'Emilia, è detta «Filippa» l'amica della sposa, che l'accompagna all'altare. Insomma meriterebbero d'essere studiate le usanze che si connettono, nelle tradizioni popolari, al nome «Filippo».
 
7. La lez. del ms. andrà corretta in prec. Nel modello stava certamente p¯c. Cfr. Romania, XL, 457. Il ms., in cui trovasi il nostro componimento, è, come ho detto, una miscellanea pinelliana (sec. XVI).
 
8. en loc c'onors. Notisi c' (cioè que) in senso di avverbio relativo con l'idea di luogo. Cfr. en loc que los puscam vezer (Appel, Chrest. 4, 9, 195). Vedasi l'interessante dissertazione su que «avv. relativo» inserita dallo Stroński nel suo Folq. de Marseille, pp. 230-232.
 
10. acip. Sogg. pres. 3.ª sing. di un verbo acipar, da lat. cippus. Vive anche in prov. moderno. Cfr. L. Spitzer, Romania, XL, 457.
 
13. lip. Il senso, che deve avere questo vocabolo, non è bene chiaro. Ritengo che vada riattaccato alla radice germanica, onde aated. lëfs, Lefze «labbro». Bertoni, Elem. germ. nella lingua italiana, Genova, 1914, pp. 147-148 (1). In piem. e lomb. liffrón e lifrók significano «ciarlone» e, in altri luoghi, «ghiottone» e in altri, infine, «fannullone, scioperato» (2). Forse, quest'ultima accezione ci aiuta ad intendere il nostro lip (venuto al provenzale, come è naturale, prima del secondo digradamento germanico, il che è mostrato dalp conservato). Lo interpreto adunque per «scontento, di mala voglia» o qualcosa di simile. La forma, però, senza alcun suffisso, rimane alquanto oscura. In P. Raimon de Toloza (Appel, Prov. Ined., p. 245) abbiamo un lipaudes (v. 33 Ja no·m digua lipaudes) che pare avere sicuramente il senso di «lusinga, adulazione» e che postula un agg. lipaut (Appel, gloss. p. 342), il quale non può scompagnarsi dalla voce lipaire registrata dal Mistral col senso di «celui qui lèche, gourmand, parasite, flagorneur». Siamo, insomma, a un verbo lipar «leccare», che andrà congiunto alla radice germanica messa qui sopra in evidenza. Da questo lipar non si potrà forse scompagnare lip. Confessiamo, tuttavia, che la gradazione dei significati pare opporre qualche difficoltà.
 
17-20. Credo che qui si abbia un accoppiamento di frasi scherzose. Filippo dice che sarà fermo come «muro di gesso» (il che significa che non starà come «torre che non crolla») e ciò in grazie della.... cortesia che regna nello stipo o nel forziere del Doria! Questa «cortesia» diventa piacevolmente un curioso sinonimo, nel caso speciale, di «danaro». Altra interpretazione ho affacciata in Romania, XL, 459, e cioè che stip significhi «stirpe» riattaccandosi a uno stipus che con tale senso è registrato nel Du Cange.

 

 

 

 

 

 

 

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