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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,003- Guilhem de Peitieu

1. companho: sarà un plurale, come indica il seguito del componimento (speciale la cobla VIII). Si potrebbe addurre anche il tenhatz del v. 4, ma questo potrebbe essere anche plurale di cortesia, come nell'esordio dell'alba di GBorn (Bel companho, issetz...). Companho come epiteto esordiale in parabasiè comune ai componimenti I, II e III (e cfr. XI 21, e nota): esso è termine specifico del vocabolario feudale delle origini e indica i compagni d'armi del signore, membri della mainada (II 9); cfr. per es. REW s.c. 2093 *COMPANIO, Du Cange III, 461; e M. Bloch, La societé féodale, Paris 1942, p. 361. La parabasi compare, oltre che nell'alba di GBorn, anche in GSDid V 1 (Compaignon, ab joi mou mon chan: anche là l'editore pensa a un plurale). 

farai un vers: la stessa propositio in IV, 1, V 1, XI 2; la formula è assai diffusa: cfr. BMarti VI 1; ROr (apocrifa) BdT 389, 24, v. 1 (ed. Pattison p. 207); Marcabru, gloss. s. v. far e vers.

- [qu'ercovinen: l'integrazione è proposta dal Roncaglia (in Studi e problemi di critica testuale, Bologna 1961; Collez. opere ined. e rare, n. 123; pp. 56-57), sulla base del verso di BVenzac farai un vers qu'er covinen (BdT 71, 3, v. 5, ed. Appel, Prov. Inedita, p. 52). Proposte precedenti, non appoggiate da testi analoghi: [totcovinen (Crescini), [des]covinen (Jeanroy). La forma covinen senza -s flessionale si spiegherà (con Roncaglia) come predicativo neutro (a conferma del supplemento qu'er); potrebbe anche addebitarsi a ragioni di rima (cfr. qui, v. 13; V 9, VI 62). Per il significato cfr. anche Pfister, Lexik. Unters.. p. 354-355. V. pure Ch. Kertesz, Romance Notes 12, 1971, 461-465.

2. aura·i: parallelo e speculare di no i a; l'ellissi del « che » dinanzi a quest'ultimo è frequente; cfr. Roncaglia, Tenzone, p. 243, che dà riferimenti.

foudatz: per la forma sigmatica dell'obliquo, cfr. Roncaglia, SM, 3a serie, I (1960), p. 563. Cfr. inoltre Pfister, Lexik. Unters.. p. 477 s. 

foudat/sen: la contrapposizione si ritrova in VI 8. Il tema della follia (terrena), che risale in ultima analisi al topos biblico della stultitia/sapientia (Proverbia e sviluppi esegetici), compare nell'esordio del Boeci (vv. 1-2: Nos jove ombe, quandius qu'e nos estam, / de gran follia per folledar parlam), dove viene pure ricollegato alla « gioventù »; cfr., per i precedenti religiosi latini, Chr. Schwarze, Altprovenzalische Boeci, Münster 1963, pp. 18-19 e -per joven - pp. 22-23. Il tema è presente anche nella SFides (v. 252: foll jovent; cfr. la nota, vol. I, p 293). Foudat in collegamento con il contenuto d'un componimento compare in polemiche di mestiere (per es. BMarti V 19, contro PA1v: foudat fai e nescies / qui vers fai de truandia) o in palinodie (in genere la foudat è quella di precedenti poetici profani, che ora vengono ritrattati: per es. da LCig, Gloriosa Sainta Maria, vv. 4 ss.: E s'anc jorn chantei de follia / ni fis coblas d'amor savaja, / ar vueil virar tota m'ententa / e chantar vostr'amor fina, si osservi la tematica marcabruniana dei « due amori »).
     Il concetto di foudat è centrale nell'interpretazione di L.T. Topsfield, The burlesque poetry of Guilhem IX of Aquitaine, in NM LXIX, 1968, pp. 280-302.
     Altro etimo culturale ha la contrapposizione di sens folie in ChRol 1724: Kar vasselage par sens nen est folie, che caratterizza la distanzia etica fra Orlando e Olivieri (ChRol 1903: Rolland es fort et olivier est sage): v'è un riflesso mediato dell'altro topos biblico fortitudo/sapientia (cfr. qui XI 17 e nota).

- mesclatz: si riferisce tradizionalmente al vers, per quanto sarebbe possibile riferirlo al soggetto del v. 1, traducendo: « e sarò tutto pieno d'amore... » (cfr. AimBel XXII 1-2 Consiros, cum partitz d'amor, / chant mesclatz de joy e de plor; e n. dell'ed.). Dal componimento Entr'amor e pensamen di Perdigon, vv. 67-69 (Ves n'Arias mon senhor / vai e cor / chans mesclatz) si è creduto di ricavare una denominazione chans mesclatz, che il Lewent, ZRPh 33, p. 676 riconduce alla « Sirventeskanzone »; lo Storost, Apr. Sirv. p. 55, nota però che essa « ...streng genommen, weiter nicht bedeutet als ein Lied, das einen gemischten Inhalt hat ». Ciò varrà, oltre che nel caso presente (che ad ogni modo dista più di un secolo dal componimento di Perdigon datato dal Lewent, p. 679, agli anni 1208-1212), anche per il chanplor di LCig (in Appel, Prov. Inedita, p. 183), vv. 1-4: Eu non chant gen per talan de chantar / Mas si chan eu? - non chan, ma chantant plor, / per c'aital chan deu hom clamar chanplor, / car es mesclatz lo chanz ab lo plorar.

- amor, joy, joven: per queste serie tipiche, cfr. IV 3; IX (joys, con variatio); XI 25 e 39. Sui singoli concetti, la letteratura è assai ampia: una buona bibliografia offre, per joy, A. Roncaglia, CN XXIX, 1969, p. 54, n. 89 (e cfr. ibid., p. 8, n. 8); per joven, ibid., p. 55, nota 91 (e qui sopra la nota al v. 2). Quanto ad amor, una bibliografia specifica comprenderebbe praticamente tutto ciò che è stato scritto sulla ideologia dei trovatori (per gli studi più recenti, v. l'articolo citato del Roncaglia). Cfr. anche: Der prov. Minnesang, hrg. R. Baehr, Darmstadt 1967, Bibliografia IX. 

4. lo: prolettico rispetto a qui no l'enten, enclitico di tenhatz (cfr. Meyer-Lübke, Syntax, 718).

vilan: cfr. Donatz 1938: vilas = vilicus vel indoctus

- enten: cfr. VII 37-38, pure riferiti a intendimento « poetico ».

5. La lezione di (o dins son cor) viene accettate dallo Jeanroy, dal Crescini (Manualetto), dall'Appel (Chrest.); ma l'ultimo lascia un testo iposillabico (notando, come per i vv. 1, 7, 12: « eine Silbe fehlt »), mentre gli altri integrano: qui non l'apren (J.), ges non l'apren (Cr.). La lezione di è sorretta da molti esempi: JR III 30 (ves l'amor qu'ins el cor m'enclau); Marc XXVIII 21 21 (ira...que m'es ins el cor assiza); BV VII 5, XXIII 3, XXVII 22, XLI 14 (qu'ins el cor, qu'ins en mo cor: sempre riferito a amor); si veda anche LR III 566. Non va però nascosto che si hanno pure esempi di dins lo cor, così in BMarti I 51-52 (que de dins lo cor me trais / gran ir' e gran pena) e in GCap (in LR, cit.). Per altri es. (d'area catalana), si veda J. Gulsoy, RPhil XVIII, 1, 1964, 36-41. Si ricordi comunque il fr. mod. apprendre par coeur.
     La lettura proposta per il secondo emistichio (res no l'apren) potrebbe giustificarsi con aplografia parziale di voluntiers res; per res no, cfr. v. 24 e nota.

6. partir: l'interpretazione del Casella, secondo cui partir = « giudicare » (nel senso poi assunto nei partimen: cfr. Roncaglia, Tenzone, p. 223-224 e S. Neumeister, Das Spiel mit der höfischen Liebe. Das altprovenzalische Partimen, München 1969) può applicarsi a VI 11 (e si·m partetz un ioc d'amor), ma non qui, dove si tratta veramente di separazione dall'amore, nella forma dell'oggetto amato (una delle due dame). Per l'impiego sostantivale dell'infinito come in XI 9), cfr. fra l'altro Heinimann, Abstraktum, 53, che sottolinea la novità, trattandosi di verbi non comparsi in precedenza in tale uso. Altri ess. in Marc VII 16, XX 4, XXX 55, XLIV 11 (per ADan, cfr. ora G. Toja, in CN XXIX, 1969, 70).

si: il solito dativo etico (Schultz-Gora 178).

fai: lo Jeanroy legge fa, ma il ms. porta chiaramente fai, come le edd. Appel e Crescini.

la trob'a son talen: Il Bertoni (AM XVII, 1905, 361) propone la lettura qui la (=laitroba son talen, che si accorderebbe bene con una concezione « locativo-sentimentale » dell'amore, espressa nel concetto dell'aizi quale lo interpreta per es, il Dragonetti, Aizi, citato alla nota V 21). Ma anche la lezione tradizionale - qui accettata - ha una certa giustificazione, dato che amor (da cui ci si separa) è concreto, oggettivato. V. anche AimBel IX 9-10 a trobat a son talen / dompna de cor e de sen; BertrBorn XII 8 non trob dompna a mon talan (invece in GirBorn LVIII 9 si quecs trob'a son talen si ha trobar = « comporre, poetare »).

7. cavals (la forma chevau compare solo in IV 6): la metafora « cavalli = donne » ritorna nel componimento seguente (e forse anche in IV 6): cfr. anche ROr (apocr.), BdT 389, 9 vv. 5-6; BV (apocr.), ed. Appel p. 316, v. 24, in cui toseta de prima sella indica una ragazzetta (ma si tratterà di espressione popolare, cfr. nota dell'ed. a p. 319); RVaq I (garlambey = torneo fittizio in cui i cavalli rappresentano le dame dei partecipanti; v. nota dell'ed. ed E. Vuolo, CN XVI, 1956, 373-275). Anche in Marc XVIII 49 amor a uzatge d'ega (di giumenta, cioè). SI noti che cavals è preso probabilmente nel senso tecnico di « destrieri » (cioè di cavalli da combattimento, per armas, grand cheval; opposti nella II a palafrei « cavallo da marcia »): ciò permette forse di eliminare la lezione adreg per armas (v. 8), che sarebbe una ripetizione.

ma sselha(è mutilo) porta questa lezione (masselha). L'Appel trascrive ma sselha, mentre lo Jeanroy legge ma selha; altrove però (II 21-22) distingue, con il ms., fra le due lezioni de sei de ssei (v. nota). La riproduzione grafica del rafforzamento fonosintattico della consonante iniziale (cfr. Avalle, Passion, 64) è frequente in C. Vedi in proposito Monfrin, Notes, p. 298: « Dans le cas de soudure d'un proclitique à un mot commençant par S, on peut rencontrer un redoublement de cet smasselha (fol. 231, Guillaume IX...)...». L'interpretazione dell'Avalle mi pare però più convincente.

ben e gen: avverbiale; lo Jeanroy traduce « et c'est fort bien » l'Appel (gloss. della Chrest.) « in guter, trefflicher Weise » (e così pure il SW 4, 100); nel LR 4, 509 compare la traduzione letterale « bien et gentiment ». Cfr. anche LR 2, 209 (cit. di Bertr. d'Alaman: E gart le ben e gen / per la vertut que i es) e SW VI 509 (es. di G. de la Barra). Si tratta di iterazione (formularia) avverbiale del tipo ben e bel ( es. Cerc VII 52 que·us pagara ben e bel), riferita ad ai. Cfr. acnhe GRiq III 48 (mal e lag) e nota (« Adverb in der Form eines Adjektivs »; cfr. Schultz-Gora 175; Diez, Gramm., p. 9). gen è in rima equivoca con gen « gente », 26.

8. bon: il ms. (C) porta bons, forse per attrazione del son che segue (bons son: bon son, per aplografia).

ez: sciolgo così l'abbreviazione (di entrambi i manoscritti), riferendomi all'usus di (cfr. GAdem, ed. Almqvist, intr. p. 94). Lo Jeanroy reca e, gli altre et.

ardit per armas: la lezione di C (adreg per armas), accettata da tutti gli editori, mi sembra facilior (v. nota al v. 7, cavals). Entrambe le lezioni sembrano comunque formule di tipo epico; cfr. GirRouss 153-154 sener adreu ab armes e bons e biaus / e ardiz e segurs e joventiaus; 5069 hui me verez ab armas fer e ardi; 5509 adrez per armes (di un cavaliere); 5086, 6517 (cavalli) adreit corsers, adrez corren (cfr. qui sotto v. 13). Armas: è un plurale tantum (Schultz-Gora 170).

valen: piuttosto « valenti, pregiati » che « valorosi », concetto già contenuto nell'epiteto precedente.

9. tener: sarà ripreso al v. 21 (tenia, tengues) e sopratutto nella « soluzione » del v. 24 (v. le note corrispondenti); ha anche senso specifico feudale: « tenere in feudo, mantenere cavalieri » (insomma « avere per vassallo », reciproco di tener de = « esser vassallo di »: cf. XI 14). Cfr. anche IX 33 e nota. Nel già citato garlambey di RVaq, ai vv. 108-109 (sus en caval d'Espana / c'a trop tengut), tener avrebbe senso diverso: « a horse... which he held too close » (Linskull); ma cfr. E. Vuolo, CN XVI, 1965, p. 275, che traduce correttamente: « un cavallo... che ha tenuto troppo (a lungo) ».

consenconsentir, nel significatio di « sopportare, tollerare » compare nella SFides 472: e·lz consenti emperadors (v. nota ed.).

10. a mon talen: semanticamente non è differente dal corrispetivo in rima al v. 6 (qui la trob'a son talen: « di suo gusto »).

11. aillors mudar: « trasportare altrove », cioè « trasferire su un altro cavallo ». Si noti che la designazione locativa allor(s), alhor(s) (unita ai verbi virar, anar), in poeti posteriori, si applica alla donna amata (virar alhora: « rivolgere ad altra le proprie attenzioni »: cfr. BV gloss. s.v. alhor, PVid gloss, GCab IV 12, ecc.). Per questa e altre espressioni locative in analoga funziona (lai, luec), cfr. BBorn XXXIII 13 e nota; Bertoni, Trov. minori di Genova, II 22 e nota p. 67; PAlv III 22 e nota; GSDid I 20 e nota.

garnimen: come adomesgar, termine tecnico della cavalleria (in senso lato): « equipaggiamento, armamento »; cfr. per es. SFides 257 mil cavaller ad guarnimentGRouss gloss. Può avere forse doppio senso, come lo bon conrei di II 16 e mos corretz / e mos arnes di IV 81-82 (v. note corrispond.).

12. encavalguatz: pure termine tecnico (cfr. ess. in LR I 368) e.assatz e.).

nuill hom e[n mon] viven: gli altri edd. integrano nuill [autr'] ome viven; la lezione adottata, del Roncaglia, disp., si motiva per aplografia. La locuzione en mon viven come rafforzativo compare per es. in GRouss, lassa CXXIII (dove rima pure con argen: cen, etc.: ma più che di coincidenza non può trattarsi, date le ridotte possibilità di combinazione: cfr. Roncaglia, Tenzone p. 251); v. anche ROr XXVII 13 e farai ho al meu viven, BMarti, A, III 48-49 Ja Dieus no·m lais a mon viven / de fin amor jauzir un jorn!

13. launs (cfr. launa, V 19, 37, 65): tale forma dissimilata di lo+uns può esser nata per analogia, nella correlazione lo uns... l'autre. Cfr. Crescini, Manuale, 3a ed., Introd. p. 92 e nota 2; Appel, Chrest., p. xvi; Jeanroy, gloss. ediz. La forma è anche catalana e guascone: cfr. Rohlfs, Gascon, 428. Infine il Grafström, Morphologie, 5, osserva: « L'usage de se servir de la devant un est propre au languedocien » (p. 29); in effetti, i mss. CE sono della regione.

montaniers: gli editori, concordi, danno il senso di « (cavallo) di montagna »; in tale uso, sembra un hapax (cfr. LR IV 258, SW V 311). Semanticamente, è opposto a sa jos (v. 16); cfr. VII 38 (en pueg/en pla), riferito alla donna amata.Vedi anche la nota 25.

corren: epiteto comune (cfr. n. 8, ardit per armas): analoga espressione tecnica è corredor (BBorn p. 301). V. anche J.J. Duggan, Ro 87, 1966, 324: nel Cour. Louis, si ha come « formula » bon corant destrier. Idem ChRol 1142, 1153, 1490, ecc.

14. aitan fer': la lezione di C (tan fera) è probabilmente influenzata dal v. 15 (tna fers). Il passo è comunque sospetto di cofruzione, dato che anche ha due sillabe di troppo, forse sottolineando lo iato estranheza ha con una (Cfr. Ppel, ed. Bv, pp. CXVI-CXVIII).

15. fer e salvatges: iterazione sinonimica; salvatges ha il doppio significato di « selvaggio » e « ostile », come risulta dalla sua frequente applicazione alla dama: cfr. RBerb, ed. Varvaro, apocr. II, 8 (la dama si comporta da salvag' e fera); PVid, gloss., s.v. - Per la forma salvatges (con [g]) derivante dall'etimo SALVATICU, che è forma del Nord (occitanica originaria è quella in -atgue), cfr. Pfister, VRom 17, 1958, 335-343 (ma i mss. CE sono comunque posteriori all'epoca della penetrazione della forma settentrionale); v. pure Grafström, Graphie, pp. 188 ss. 

bailar: la lezione di (ballar) è trivializzante: fu accettata dal Crescini, Manualetto; ma già l'Appel, ZRPh XX, 1896, 386, proponeva dubitativamente bailar = « strigliare », richiamandosi a baylador « strumento per la cura dei cavalli », in Lunel de Monteg (Manualetto, p. 39, v. 140, cfr. SW I 120, s.v. bailador: « balai? »; FEW s.v. bajulare, dà bailador = « étrille »). Confermava l'interpretazione « strigliare » il Bertoni, Ro XLII, 1913, 450; infine, il Crescini, Manuale3, gloss., p. 376 b, traduceva del bailar si defen: « recalcitra alla strigliatura ». Secondo il FEW, cit., si sarebbe forse anche la possibilità di un doppio senso osceno, visto il significato « frotter, frictionner » che ha il verbo nel guascone e nel bearnese. Va comunque notato che bailar « strigliare » è in a. prov. un hapax: anche nelle Chartes del Brunel bailar indica sempre « livrer, bailler ». Forse sarebbe possibile un'interpretazione partene da BAJULARE « portare (un cavaliere, l'equipaggiamento »), come risula per es. da Godefroy I 556 s.v. baillier,...bailer « porter », con l'es. garnemenz baillier: anche tale interpretazione (« rifiuta di portare montatura ») permette un doppio senso, nello spirito di tutto il componimento (cfr. anche IV 5-6).

si defen: nel significato di « rifiutarsi di » + inf. bailar (sostantivato); cfr. BBorn XXXV 22 e nota p. 288 (se defendre de = « difendersi contro - rifiutarsi di »); GBorn gloss. e XLI 8; RBerb, ed. Varvaro, II 42 e nota; BV VI 35.

16. l'autre fo: parallelo a launs fo, v. 13.

noiritz: in SFides 225, nuirir ha lo stesso significato che qui: « allevare » (e così in VI 22, dove si aggiunge il senso affine di « educare» ). In testi letterari, è quasi sempre espressione metaforica: cfr. Marc VI 12 (ma VIII 10); BV XL 74 e nota (leu m'auci, mas greu fui noiritz: « tötet sie mich mit Leichtigkeit, denn mit Mühe ward ich genährt »); Ronc., Tenzone, p. 229, nota al v. 12. Se si tien presente il v. 19, è interessante Wechssler, Frauendienst, p. 170, n. 39, secondo cui il noiritz è figlio adottivo o dato in cura al servizio personale di un parente della famiglia (il che implice, da parte del signore di tutti, un diritto di possesso pregiudiziale: cfr. v. 20-21). Stesso ambito feudale in ChRol 2380: Rolando morente si ricorda de Carlemagne, sun seigner, ki·l nurrit
     Sul concetto del noirir com elemento constitutivo dell'amor cortese (l'amante è educato fin da bambino a servire la dama), si vedano le osservazioni di I. Feuerlicht, Vom Ursprung der Minne, in AR 23, 1939, pp. 140.177 (specie pp. 145-155; rist. in Baehr, Minnesang, pp. 263 ss.). La situazione, qui in Guglielmo, è però esattamente l'inversa, forse non a caso. 

sa jos: gli editori attribuiscono a sa jos il significato di « laggiù » (Jeanroy « là-bas », Riquer « allá bajo», forse a ciò indotti dalla lezione di C, part (« oltre ») Cofolen ma v. sotto). Pare più semplice tradurre « quaggiù » Appe, Chr. gloss.: « hier unten », cioè forse « in pianura », in opposizione semantica a montaniers del v. 13.

pres Cofolen: preferibile a part Cofolen, dato che Nieul, rispetto a Poitiers, non è geograficamente « oltre » Confolens; e che, oltretutto, part può esser sinonimo di pres (cfr. PV, gloss., s.v.). Confolens, nella Charente, è il Castrum Confolentis dell'epoca merovingia, distante 24 chilometri da Nieuil: è circa sul confine pittavino-limosino (cfr. Pignon).

17. belazor: uno dei soliti comparativi sintetici gallormanzi (cfr. IV 35 e SEul 2: bellezourBoeci 38: genzorSFides 77: genzer, che compaiono quasi sempre in laudationes, dela cui topica sono elementi tipici (cfr. BV, gloss., s.v.).

mon essien: cfr. V 22 e VII 16. Non significa « par ma foy » (Jeanroy), ma piuttosto « per quanto ne so, a mia conoscenza » (quindi giusto il LR V 125). Cfr. per es. BV VI, 28 (« nach meinem Wissen »). È locuzione di sapore giuridico che compare per es. in formule di giuramento (Brunel, Chartes, gloss. s.v. escient e 1, 42: mon escien = me sciente; 25, 10: meun escient, sans tot engan,), e che quindi qui avrà la funzione di rafforzare il giudizio espresso.

18. camjatz...per: « scambiato con » (cfr. Marc XXX 70 nom de piucellatge / camjar per mon de putana, quindi molto aderente all'origine contrattuale dell'espressione (cfr. L. Jordan, in ZRPh 43, 1923, 720 ss.), in direzione del significato « venduto per » (come in Brunel, Chartes, n. 347, anno 1200 c., passim; cfr. anche BBorn, gloss. s.v. camjar). Di altra opinione è U.L. Figge, in Romanische Etymologien 1: Vermischte Beiträge, Heidelberg 1968, p. 30: « Es spricht... nichts dafür, dass cambiare als Wirtschaftsfachwort aufgekommen ist, In Anbetracht seiner allgemeinen romanischen Verbreitung ist eher anzunehmen, dass es ein altes populäres 'Trabantenwort' von mutare war... ».

aur...argen: si tratterà di espressione generica per indicare una quantità imprecisata, ma ingente, di metallo prezioso, forse collegata con l'idea di vendita o riscatto a peso (cfr. GRouss 7603 segg., cit., con altri esempi del genere, in Bertoni, Riflessi, pp. 157-158), e da porsi comunque sullo sfondo delle penuria monetaria dell'epoca (cfr. per es. A.M. Watseon, Back to Gold - and Silver, in The Economic History Rewiew, Second Series, XX, 1, aprile 1967, 1-34, che cà una buona bibliografia). Esempi simili in Passion 385 (argent nu aur non i donat), SEul 7 (ne per or ned argent ne paramenz) e (già formulario) BV XXXI 37-40 (Tot l'aur del mon e tot l'argent / i volgr'aver dat, s'eu l'agues, / sol que ma domna conogues / aissi com eu l'am finamen).

19. senhor: nel senso forse di « padrone » = « marito » (cfr., per l'area francese, Stefenelli, Synonumenreichtum, p. 79 s., che indica la predominanza quantitativa dell'espressione feudale-cortese seignorsire, in testi letterari, con il significato appunto di « marito », fino al XIII secolo). Per il resto cfr. il Wechssler, Frauendienst, p. 172, n. 58, che accenna -non a questo proposito - al dovere del signore feudale di maritare le vassalle, cioè di « darle a un signore » (viceversa in Compiuta Donzella, A la stagion che'l mondo foglia e fiora, 11: donar mi vuol a mia forza segnore, ed. Poeti del Duecento, I, 434). Cfr. anche Gauthier, Chevalerie, ed. 1960, p. 158; Garaud, Châtelains, pp. 211 ss.

poilli paisen: indica un cavallo di meno di 3 mesi, ma già svezzato (cfr. REW s.v. pollinus, FEW s.v. pullus); anche genericamente « puledro », come in Marc XVII 25-26: era·s naisson dui poilli, / beill, burdenab saura cri, dove però la metafora è scoperta (si tratta dei Vizi). Analoga immagine in GRouss, ms. O, v. 1949 melz vos en retendreit de nul polen; cfr. Pfister, Lexik. Unters. p. 625 s. V. anche qui v. 7 e nota.

20. si·m: il si va inteso come rafforzativo di pero (Appel, Chr. gloss. s.v. opero si « aber doch »), mentre ·m sarebbe dativo etico. La lezione sei di sembra corrotta.

retinc ...tant de covinen: si tratta di formula giuridica, indicante l'inserzione di una clausola pregiudiziale in un contratto (cfr. SW VII 287 = « vorbehalten ») Modifico covenen (CE coven) in covinen per ottenere una perfetta rima equivoca con il v. 1: il vocabolo significa « convenzione, patto, clausola »: cfr. Brunel, Chartes, gloss.; JR VI 28 ni coven no·m fara de si « (l'amata) ne me fera, à son propre sujet, aucune promesse »; Cerc 11 qu'anc non passet covinens ni·ls enfrays « jamais il (= l'amore) n'outrepassa ni n'enfreignit les accords ».

21. tenia... tenguestener - qui in figura di poliptoto, complicata dall'adnominatio retinc del v. 20 (cfr. poi v. 24; e già v. 9 e n.) - va preso nel doppio senso del possesso generico e feudale (cfr. v. 19, senhor). Il congiuntivo tengues della consecutiva (tan... que... tengues) deriva dal fatto che essa indica una intenzione (cfr. BBorn p. 244, nota a VII 4).

s'il: lo Jeanroy corregge in s'el (silh): ma si può lasciare il come forma del Sud-Ovest (Görlich 133: « Personalpronomen 3. Pers. masc.: immer il »). V. anche Avalle, Passion, gloss. s.v. li.

un an/mais de cen: l'espressione è iperbolica (cfr. V 69, IX 23) e ricorda la frase biblica melius est dies una in atriis tuis super milia (Ps 83, 11), che nella poesia trovadorica ha però corrispondenze più dirette (BV XXX 40-42 que so mostra l'escriptura: / causa de bon'aventura / val us sol jorns mais de cen; GAb VIII 19 e nota). In Guglielmo la somiglianza è solo nel meccanismo dell'iperbole comparativa. -cen: per la grafia sen di E, cfr. III 11, 13, 17. - Andrà integrato con questo passo il lemma « mais de + chiffre » in Pfister, Lexik. Unters., p. 543 (« Aus dem Altprovenzalischen sind keine Beispiele bekannt » non è quindi esatto).

22. Per il concetto, cfr. Wechssler, Frauendienst, p. 162 (e v. p. 173, n. 58): « Die Pflichten des Vassallen waren vornehmlich zwei: zeitlich beschränkte Heeresfolge im Krieg und zeitweise Mitwirkung bei den Gerichtssitzungen des Herrn... »; E. Köhler, 'Conseil des baronset 'jugement des barons', Heidelberg 1968 (per l'epica). Anche BV chiede consiglio - ma a dei superriori - in un dilemma amoroso: VI 1 Era·m cosselhatz, senhor e 9-10 d'una re sui en error / e·n estau en pensamen, Vedi anche ROr XXVIII 5-6 er escoutatz, cavallier / s'a ren ai obs ni mestier (si tratta anche qui d'un gab).

pensamen: vicino al significatio di « preoccupazione », anche se il SW VI 218 lo interpreta come sinonimo di cauzimen; cfr. anche Sutherland, Studies Orr, p. 180; Pfister, Lexik. Unters., 609 s.

23. eisarratz: letteralmente: « rinchiuso » (cfr. II 5); di qui poi: « in Bedrängnis, in Verlegenheit, unschlüssig » (SW II 329).

de: riferito all'abstractum agens (cfr. Heinimann, Abstraktum, 45), qui cauzimen; al v. 22 invece si tratta di un DE circonstanziale.

24. Il Bertoni (Ro XLII, 1913, p. 450) propone la lettura: ges non sai ab qual mi tengua, de n'Agnes o de n'Arsen, riferendo qual ai cavalli (« non si proprio a quale tenermi, se a quello di donna Agnese o a quello di donna Arsen ») e dando alcuni esempi non provenzali per l'assenza del dimostrativo prima delle specificazioni di possesso, Lo Jeanroy invece interpreta il verso come un riferimento diretto alle donne, e quindi come la « soluzione » della metafora dei cavalli. Sulla costruzione cfr. BBorn XXV 3 e nota p. 273.

re: lo Jeanroy e il Bertoni modificano la lez. di in ges (porta e); ma è superfluo, come risulta del resto dai testi dell'Appel e del Crescini (entrambi: res no sai). Re(s) compare come pronome neutro indeterminato, a sfumatura avverbiale, in SFides 355 (v. nota) e 317 res no·n falli. Nel ms. E si può integrare [r]e no come in IV 20 (E re, C ren) (cfr. BV XLV 52; Marc XII bis, 37, che non sembra richiedere la integrazione re[s] del Dejanne).

ab cal me tenhase tener ab nel senso di « stare dalla parte di, attenersi a » compare in BV II 15-16 greu er pros ni cortes / qui ab amor no·s sap tener « ...wer sich nicht zur Liebe hält », e ancora prima nel Boeaci 143 e nella SFides 100 (v. nota), 264 e 372, nel senso di « vstare con, tenersi saldo a, affidarsi a » (sempre riferito a Dio). Cfr. anche BBorn XXVII 38 e nota p. 276.

n'na, aferesi di domna (cfr. Pfister, VRom 22, 1963, p. 3; id., Lexik. Unters., p. 578, dove si osserva che la particella è nota solo all'antico pittavino e antico provenzale). 

Agnes, Arsen: secondo il Pollmann, ZRPh 78, 1962, 336, n. 1, i nomi sarebbero scelti per ragioni estetiche, dato il predominare dell'allitterazione in nel componimento. Cfr. il componimento V, in cui compaiono Agnes e Ermessen; una Arsen è anche in PCard XIX 39. La Schacht riporta a p. 93 gli antroponimi Arsent, Ersendis (XIII sec.), Arsendis (1100-1136).

25. Gimel: nella Corrèze, sul fiume Montane, che vi forma unacascata. Secondo ilRichard, Histoire, I, p. 503, n. 3, montaniers del v. 13 va riferito al fatto che Gimel si trova « nella Montagne ».

castel: per una possibile metafora « castello = donna », cfr. ADan IX 59 (e nota), dove il concetto è però quello mariano di « castello di virtù »; e così pure RBerb I 44-45 (castel·... d'Onors). Cfr. la metafora erotica mediolatina del fedus Amoris (X 22 e nota).

mandamen: indica il dominio territoriale del signore, in cui ha vigore la sua legge, insomma la « giurisdizione » (cfr. Brunel, Spull. 459, 19: per mandamenz de chasteus); il significatio originario è quello astratto di mandatum (Ps. di Cambridge 18,8; Boeci 18 = « potere di Dio sui demoni »; e poi JR VII, apocr., 41 qu'eu sui al seu mandamen « à ses ordres »), a cui si incrocia e sovrappone quello materiale: cfr. Brunel, Chartes, 144, 11-13 (E regonosc qui tenc a feu del bisque de Nemse lo castel de Monpensat..., el segnorieu que pertang al castel et al mandament del castel; Nimois, anno 1175), e gloss. (« ressort, en parlant de la juridiction d'un château »). Tutta l'espressione lo castel e·l mandamen potrebbe essere interpretata com la pessa e·l coutel (X 30), cioè « possesso completo, fruizione indiscriminata . Si potrebbe pensare anche alla lettura ai lo castel el mandamen, cioè en el mandamen (« ho... in possesso») - Sulla realtà storico-economica del mandamentum, vedi anche Lewis, Society, pp. 239 ss., 389 s.; Garaud, Châtelains, p. 111 (« jurisdictio coheret castro »).

26. Niol: probabilmente l'odierna Nieuil (Dép. Charente), a 24 chilometri S-O di Confolens (v. Grôhler, Franz. Ortsnamen, I, 118-122 e Wiacek, Lexique). Esistono però cinque Nieuil solo nella Vienne, e altre tre nei Deux-Sèvres (cfr. Pignon, Évol. phon., p. 72).

fac ergueill a: significa « mi mostro orgoglioso verso » (cfr. SW V, 519); più normale, tranne che con forme pronominali, che preferiscono il dativo, è la costruzione far ergueill vas. Cfr. anche GSDid VII 18 e nota; ComtDia XLVI, 2, v. 14 mi faitz orgolh en ditz et en parvensa.

tota gen: vale « tutti »; cfr. Passion 65; BV 29; ecc.

27. jurat e plevit per sagramen: formula giuridica indicante la obbligazione del vassallo, mediante promessa con giuramento al signore, garantita dai plegii o garantes (cfr. Wechssler, Frauendienst, p. 170, n. 34; GAb XV 39 e nota, dove si parla di « ce qui est promis par un serment, dette contractée par un serment »). È poi passata a formula fissa del linguaggio trovadorico (jurar e plevir: cfr. BV XXXIII 31 vostr'om sui juratz e plevitz; Marc XVI 20; XXX 65; PAlv IX 25; BMarti VII 17-18 e 21; ecc.). V. la bibliografia sulle espressioni giuridiche nel linguaggio poetico cortese cit, in Roncaglia, Tenzone, p. 226. 
L'insieme dell'espressione è particolarmente ridondante, il che, piuttosto che un ricordo dell'origine giuridica (cfr. formule quali homagia, fidelitates et sacramenta: cit. in GSDid p. 12, n. 2), rinvia piuttosto a un'intenzione ironica, comein Marc. XXX 64-65 Don, hom coitat de follatge / jur'e pliu e primet gatge (la pastora si prende gioco delle promesse amorose del cavaliere).

sagramen: già nei Serments de Strasbourg, 11 (v. A. Castellani, Atti VIII Congresso di Studi Romanzi, II, 128: CN XXIX, 1969, p. 214 e p. 230, con riferimenti alla discussione sulla lingua dei Serments: la forma sagramen sarebbe possibile anche nel Sud-Ovest). Cfr. anche Boeci 10, SFides 287. 

 

 

 

 

 

 

 

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