Notes - Anmerkungen - Notes - Notas - Notes - Note - Nòtas

Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,004- Guilhem de Peitieu

1. non puosc mudar qu(e): espressione esordiale collegabile a un sentimento d'indignatio e rimprovero (cfr. anche III 2). Esempi analoghi in BV XIII 5, XXIX 4; Mare XII bis, 36; BMarti VI 13; PAlv IX 15-16; BBorn XXIX 1 e nota p. 266 (efr. anche G. De Poerk, Romanica Gandensia VII, 1959, 49 ss.); Sord XIX 1.2 e nota p. 116 (efr. A. Roncaglia, CN XIV, 1954, 242). ChRol 2381 ne poet mier n'en plurt e ne suspirt indica (come pure ChRol 825, 834, 2193, ecc.) l'uso formulario normale fuor di esordio, nel contesto « esser dominato da un sentimento ».

2. novellas: in SW V 428., 2 c'è un significato « Streit ». però sccondario e senza esempi letterari. Cfr. d'altra parte BV XXV 13 Estranha novela / podetz de me auzir «Schlimme Kunde könnt ihr von mir hören ».

— ai auzidas e... vei: ricorda la formula delle dichiarazioni giurate (p. es. Brunel, Chartes, 289, 16: R. Amelis dis per sagramen qu'el vi e auzi...; efr. La Du, Chartes, 187; 206); v. anche Bertoni, Riflessi, p. 156. Lo Scheludko, Beiträge, p. 57, rinvia da parte sua alle dichiarazioni di veridicità dei narratori di cronache mediolatine (per es. Ekkehard, Hieros. XXXV: quod enim scimus loquimur et quod vidimus testamur; Ratherius, P.L. CXXXVI 148: da veniam, lector, partim visa, partim audita, partim ambigua, partim composta narrandi). Espressioni di questo tipo sono d'altra parte comuni nella topica esordiale letteraria e cronistica (cfr. Lausberg, Handbuch, § 367x); significativa la frequenza in Marcabruno, per es. XVII 1-2 dirai vos en mon lati / de so qu'ieu vei e que vi; XXXII 3-4 segon l'entenssa / de so qu'ieu vei e vic.

3. domna: DOMINA: efr. R. Jejeune, Atti VIII Congresso, p. 230: «femme de la noblesse, épouse du seigneur».

— s'es clamada de...a: «ha sporto querela contro … presso di »; formula giuridica; efr. Bertoni, Riflessi, p. 156- 157; Roncaglia, Tenzone, p. 226 (con indicazioni bibliografiche, da cui risulta fra l'altro che secondo W. Homuth, RF XXXIX, 1925, 217 - « soi clamer ist... ein nur auf nordfranzösischen Boden üblicher terminus technicus der Gerichtssprache für 'Anspruch erheben auf etwas, Klage erheben,… »).
Esempi in Brunel, Chartes (gloss. e per es. 41,21); Appel, Chrest. gloss.; Marc VI 6 (ed. Roncaglia, Tenzone), XI 53, ece.; BV XXVIII 9-10 A totz me clam, senhor, / de midonz e d'amor; ece.; RBerb, ed. Braccini, II 34-35 e nota.

— gardadors: su questi «guardiani », e più precisamente sulla loro origine letteraria, esiste una controversia caratteristica fra sostenitori della teoria delle origini « arabe » е quelli della teoria « classica ». Per la prima tesi, cfr. R. Menéndez-Pidál, RFE XLIII, 1960, p. 338, secondo il quale tale figura – che compare solo nei poeti della prima generazione trovadorica, fino a Marcabruno – è dovuta a un passeggero influsso musulmano, e traduce il raqib («custode dell'harem »), frequente nella poesia araba classica, come pure nelle kharjas e negli zejels (cfr. anche, per dati bibliografici, Bull. Hisp. XL, 1938, р. 399). L'altra tesi, secondo eui il tema della « custodia della donna » risale a modelli classici, precisamente ovidiani, ha come avvocato fra l'altro Dimitri Scheludko (Ovid und die Trobadors, in ZRPh LIV, 1934, 129-174: dove si richiama, per questo passo, Ovidio, Amores 3, 4); altre indicazioni in questa direzione dà l'Hilka nella sua edizione del Florimont, introduzione, p. CXXXI, num. 21 d, che, per l'inutilità del gardar (vedi qui sotto, nota 12), si riferisce a Florimont 8091] tuit li plusor / sont fol de garder contre amor (altri esempi del tema: ibid.). V. pure Roncaglia, Tenzone, p. 240-241; id., «Studi di Letteratura Spaguola », 1966, pp. 133-134.

4. Il verso manca di una sillaba. Il Mahn, Gedichte, nº 296, integra: Diz que [ges] non volo…; ma meglio, con l'ed. Jeanroy, [E] diz que non volo: tutte le coblas, difatti, mancano dell'iniziale in entrambi i manoscritti (fa eccezione la prima cobla).

—prendre dreit ni lei: espressione giuridica (cfr. anche al v. 14). Prendre dreg significa però di solito « sich Recht suchen » (BBorn XXXVI 21 e nota; SW II 300, 10), oppure « sein Urteil empfangen » (SIW II 300, 11); in GRouss 3332, prendre sa lei de vale « agir selon sa volonté envers». Qui il significato sarà invece: « osservare diritto e legge», nel senso di «seguire le vie legali » (cfr. Crois Alb 9368 e si·l vol son drey prendre, fara li volentiers; gloss. « admettre qq.-un à composition »; cit. in SW II 300, 10), quindi prossimo a quello del v. 14. Cfr. anche Brunel, Chartes, 203, 12-14 non devo guerregar d'aquest castel degu ome ni deguna femna qui son dreg no vol penre; e, per la formula dreit ni lei, 279, 17 e se neguna legz o alcus dregz o alcuna costumes es, escritz o no escritz…; infine, v, anche Brunel, Supplement, 533, 23-24; 535, 18; e gloss. s.v., dreit.
Un'espressione appartenente a questo campo semantico, ma più decisa, è dreit sufrir « se laisser juger » (efr. Pfister, Lexik. Unters. p. 694).

5. esserrada: cfr. I 23; qui in senso proprio: «rinchiusa ».

— quada trei: l'espressione 'quada + numerale' ha di solito significato distributivo (« a tre a tre»; efr. Jeanroy, gloss., e SW I 182, 2, con molti esempi); qui però il senso sarà « tutti e tre»; gli editori traducono: «à eux trois »> (Jeanroy), « los tres» (Riquer), « tous, alle » (Bartsch): il gloss. della Chrest. dell'Appel reca: «cada: adv., die jedesmalige Wiederholung anzeigend ».

6. tant… que…: la costruzione sarà probabilmente la stessa di III 6, per cui v. Schultz-Gora § 194: «que = 'in der Art, dass'. Der Nebensatz ist meistens negiert, und que-no kann dann mit 'ohne dass' übersetzt werden. Ist auch der Hauptsatz negiert, so ist der que-Satz im Koniunktiv. ».

— estaca: cfr. (in SW III 293, 1) le definizione «pro tribus stacas seu ligaminibus equorum » (Arch, hist. Gir. 22, 385. 21). La metafora della briglia, o del freno, è frequente, in relazione all'amore ostacolato: cfr. Marс VIII 36 (de so la paor a faich fre: riferito all'amore colpevole); BMarti II 55-59 e nota p. 46 (testo poco chiaro, da cui risulta comunque che il poeta impaziente d'amore è paragonato a un cavallo che rompe il freno come un filo di lana); BV XVII 4, XXXI 7 (dove però la briglia dirige il poeta verso Amore); ROr XXVI 55-56.
Per lo forma estaca, viva oggi solo in catalano, efr. Jud, ASNS CXXVI, 1911, p. 141; Pfister, Lexik. Unters., p. 447.

7. aquill: si potrebbe leggere anche aqui·ll (aquil + ill), dove ·ll sarebbe allora un dativo singolare femminile anclitico del pronome personale, in dipendenza da fan...agrei (efr. la nota corrispondente).

— entre lor: «fra di loro » (così gli editori), riferibile a l'un e l'autre del v. 6, oppure genericamente ai trei del v. 5. Entre indica «Gemeinsamkeit des Handelns » (ВV П 47, ХIII 7, e gloss. s.v. entre; SIW III 75, 4).

— agrei: piuttosto che « Belieben, arrangement » (Bartsch, gloss.), significherà «Benehmen » (SW I 34) o meglio, come indica anche il Levi in Lit. blatt f. germ. u, rom. Philol. X1, 1890, 230-231, e in ZRPh XV, 1891, 530 « désagréments » (Jeanroy), « vilezas» (Riquer). La radice di agrei sarebbe difatti grejar, cioè greviar (Levi). Cfr. pure Appel, ed. BV, р. схххііі (per l'alternanza grejar/greujar in BV XXIX 49); G. Toja, in CN XXIX, 1969, 31, che cita per ADan IX 31 un grei «pena, peso (in senso morale)», come apах.
Il Pfister, Lexik. Unters., p. 233, propone per questo passo il significato agrei « témérité, action folle » e nota che tale senso traslato (da agrei a.fr. « armure, atour (d'un che-valier)») è «nur in altprovenzalischen Texten bekannt, die starkem nordfranzösischem Einffuß ausgesetzt waren ».

8. Il testo del verso è evidentemente corrotto. Lo Jeanroy e il Riquer collegano (manda)carrei alla radice CARR-, per cui si avrebbe il significato di « charretier, carretero». Lo Chabaneau accosta carrei a QUADRIVIUM, il Rajna pensa a caire « pietra (da taglio) », cioè a mandacarrei «lanciapietre ». Ha anche foc non dà senso soddisfacente: lo Jeanroy propone la correzione for (a for de «alla maniera di »: cfr. Appel, Chrest., gloss. s.v. for; BV XLI, 5, ecc.; Pfister, LexiN. Unters., p. 475, che rinvia l'espressione por negun for di GRouss 9989 all'a.fr. par nul fuer «en aucune façon »; Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 291-292).
Quanto all'impiego di mandacarrei come termine di paragone negativo, interessante la proposta di M. Dumitrescu in CCM 11, 1968, p. 395, n. 31 (e cfr. p. 384 ss.), che vi vede un'allusione polemica diretta contro Eble de Ventadour (a cui ella attribuisce parte della produzione guglielmina) e riferisce il passo a un episodio riportato dal cronista Jaufré de Vigeois (già in Richard, Histoire, I, 505, n. 3 e in Jeanroy, Poésie lyrique, I, 85), in cui compare. appunto un « rusticus... adducens carrum », che grida «voce praeconis », «vociferans » (cfr. al verso successivo la nauza dei gardadors) e consegna, alla corte di Eble e in presenza di Guglielmo, un carico di ceri finissimi, come se fossero merce di infima qualità (indicando con ciò la ricchezza e il lusso del suo signore Eble). Secondo la Dumitrescu, all'episodio alluderebbe Guglielmo, appunto per ricordare come Eble (che elevò a grado di nobiltà il carrettiere) faccia custodire la dama da un villano. Vedi anche, della stessa autrice, l'articolo Provençal mandacarrei, in Actele celui de-al XII.lea Congres internat. de lingvistica si filologie romanica, 2, Bucuresti 1971, pp. 59-63.
Comungue sia, sostantivi composti del tipo mandacarrei hanno spessa una sfumatura negativa o ironica, specialmente se riferentisi a persone (anche come nomi comuni); efr. In proposito F. Koenig, The affective and expressive value of verb-complement compounds in romance, in Mélanges Schutz, 1964, pp. 81-89. Si ricorderanno i soprannomi deverbiali elencati dalla Schacht a p. 42 della sua tesi, che oltretutto riportano anche a molte neoformazioni marcabruniane: Bustefocum (anno 1016), Tafiler, Cure Teit, Pait-sun-ventre, Esveilequen, Trosseagnel (e cfr. ibidem, p. 51: Gislebertus Bufefoc; p. 52: Calcaporret, anno 1098; p. 53: Chaicheporcos; ecc. есс.).
Nella situazione del testo, mandacarrei ricorda l'impiego del termine vilan con funzione di discriminazione sociale (an. che nei confronti di chi si abbassa a trattare con vilans): cfr. per es. BBorn XXXIII 12 et a sobrei Engolemes major / d'un charretier que guerpis la charreta.
9. trop major: « molto maggiore », con trop rafforzativo (cfr. Appel, Chrest., gloss. e 5, 411).

— nauza: i mss, portano nauta, che non dà senso; la correzione è già del Bartsch. Il senso non è genericamente « noise » (Jeanroy), ma anche « disputa rumorosa e sgradevole » (LR IV 429; SW V 369; Pfister, Lexik. Unters. p. 584 «buit, tumulte »; Stefenelli, Synonymenreichtum, p. 127, accenna alla ampiezza semantica negativa di noise nell'a.fr. letterario, che implica « die Begriffe Zank', Streit' und 'Aufruhr'.»).

— la mainada del rei: forse c'è allusione a un modo di dire proverbiale (cfr. ArnGaut de Marsan, in Appel, Chrest. 112, 80: Car ditz hom de gen fada: / cal senhor, tal mainada). Insostenibile l'interpretazione di Ph.A. Becker (RF LX. 1948, 444-458), che vorrebbe vedere nell'accenno un riferimento storico preciso: la situazione è troppo generica (efr. il passo del Jaufré citato in LR II 354: e fes chastiar sa maynada/ que no facha bruida ni nausa). - Su mainada per masnada efr. Pfister, VRom 17, 1958. 352.

10. gardador: efr. III 9 е nota.

— castei: da castejar, per castiar (cfr. SW I 225; esempio alla nota precedente), nel senso di « ammonire » (Boеci 49: eu lo chastia ta be ab son sermo). Il Donat 853 reca castiar : corrigere, castigare.

11. folia: i mss. recano folta (forse: fol ta[l] qui…?); correggendo in folia (Jeanroy), non è da escludere la lettura sera... foli' a qui (con cesura 7+4, come in I 14; per lo iato fra foli' e a cfr. Appel, ed. BV, p. cvii, che dà numerosi esempi di iato dopo elisione di vocale finale atona); altrimenti qui= SI QUIS, come al solito (efr. al v. 14).

12. greu verretz: formula di parabasi; cfr. Mагс. ХХХIШ 47-48 (greu veiretz ja joc comunau / al pelacill) e BV XXXVI 5-6 (greu veiretz chantador / be chan, si mal li vai).

— neguna: v. Schultz-Gora § 182, p. 124: «in Sätzen mit negativem Sinne... bedeutet negun, nul ohne Negation irgendeiner'».

— ad oras: efr. BV XXXVI 43 e gloss. (« bisweilen »).

— sonei: cfr. V 1 e nota.

14. qui: cfr. nota 11, folia: può essere un relativo, riferito a domna del v. 13, oppure il solito SI QUIS, soggetto di no vol prendre (ovviamente il significato rispettivo del verso cambia).

— prendre son plait o sa mercei: cfr. nota 4, prendre dreit ni lei. Il senso dell'espressione non è del tutto chiaro: interpretando qui come SI QUIS (così Jeanroy e Riquer), e prendre come «prendere in considerazione» (Riquer), no vol prendre come « rifiuta » (Jeanroy), son plait o sa mercei suonano « convention et accomedement » (Jeanroy), « condiciones o... mercedes » (Riquer). Il Nelli, Érotique, p. 84, parla genericamente di «libertà spettanti alla donna ». Prendre plait sarà la formula giuridica indicante l'accettazione di un confronto legale (cfr. analogamente querer plai =«verhandeln wollen », Appel, ed. BV. p. 106, nota a XVIII 15-17; е cfr. Roncaglia, Tenzone, p. 226). Anche in BBorn XXXI 32 penre plaidei è tradotto con «unterhandeln ». La difficoltà è data dal secondo termine: mercei, secondo il glossario dell'ed. BBorn, significa anche « Beschluss, der einen Rechtsstreit abschliesst, Friedensvertrag; Aussöhnung, Versöhnung », quindi tutta l'espressione prendre son plait o sa mercei potrebbe indicare a accettare una soluzione conciliativa per via legale » (laddove qui è nel senso di SI QUIS; considerando qui come relativo di domna, il senso sarebbe attivo: « dama ... che non voglia scendere a patti »; ma si ha contraddizione con il verso 15).

15. proessa: opposto a malvestatz, nel senso di PROBITAS (v. Trattato prov. di penitenza, in Appel, Chrest., 120, 22: ubi dissimulare non velimus, indicta probitatis necessitas...: gran proeça nos fay mestiers, si doncs no volem dissimular).

— plaidei: plaideiar ab « scendere a patti con»; efr. BV, gloss., e BBorn, gloss. Plaidei richiama plait del v. 14.

16. a cartat: il Bartsch legge acarcat da acarcar «encherir»; ma è a cartat ain carenza, a stecchetto » (il senso comunque non muta).

— lo bon conrei: può essere metafora sessuale, come in V 81 mos corretz (e forse mon garnimen I 11). Chiaro è comunque i lsenso di «equipaggiamento » (cfr. III 1 e nota, per i significati derivati): cfr. 17 adobars (a si veste, si equipaggia »).

17. adoba: consona con troba, ma non v'è rima interna, perchè va letto adobas: troba (cfr. Metrica). Si ricordi che adobar è anche termine tecnico della cavalleria (per es. ChRol 1143: Franceis adobez sunt a lei de chevalers).

— sei: come mei del v. 3, si tratterà di una forma settentrionale, forse d'un pittavinismo (efr. Schultz-Gora, § 26: Görlich § 19 [sei, mei: Saintonge] e§ 133). Vedi anche la nota linguistica, § 28, 2.

18. Il verso manca di almeno una sillaba (mss.: si non pot aver caval compra palafrei). Lo Chabaneau, RLR XXXI, 1890, 612, propone: si non pot aver caval [a, ela] compra palafrei: gli altri editori lasciano uno spazio in bianco dopo caval, eccetto Paul Meyer (Recueil I p. 69), che legge: aver [destrier o] caval (ma allora si ha ipermetria).
Possibile sarebbe anche si non pot arer caval, [ela] rompra palafrei, cioè presupponendo aplografia come Chabaneau, ma senza la contradditoria femminilizzazione cavala; però si ha allora cesura maschile, e non epica come in tutti gli altri versi lunghi.

19. iam desautrei: gli editori, benché i mss. portino chiaramente iam, propongono la lettura la·m (anzi il Riquer osserva in nota che sarebbe preferibile leggere so·m, riferendo poi vv. 20-21 alla dama, nel senso: «si per razón de enfermedad se le prohibiera el vino fuerte, preferiría morir de sed antes que beber agua »). Il Bertoni (Ro XLII, 1913. 451) riferisce la a domna e fa dipendere la frase que·s laisses morir de sei da desautrei (« désavoue »); il Bartsch, Chr. 32, 14 (cit. in SW II 217) legge invece ja·m desautrei (in SW V 53, 1, anzi, lo stesso passo è scritto ja·m desautrei), e rinvia, con ragione, al significato « widersprechen » di desautreiar (il SW dà anche «nicht zugeben, bestreiten »). Il senso sarà insomma: « non c'è nessuno di voi che non mi conceda che... non berrebbe dell'acqua piuttosto di lasciarsi morire di ste ». Anche in BV VII 14-16 (que·l genser e la plus gaya / m'a promes que s'amor m'autrei. / s'anguer no la·m desautreya?) desautreyar significa «etwas Gewährtes wieder entziehen » (nel caso di Guglielmo, l'ammissione che si berrebbe dell'acqua in mancanza di vino).

20. s'om: i mss. portano sem, che non dà senso.

— li: riferito di solito al negu de vos del verso precedente; però il Riquer, come s'è visto, propone di riferirlo alla donna.

— vedava vi... per malavei: elementi di allitterazione iniziale e interna (ve / va / vi / vei; da / va / ma / la).

— malavei: cfr. V 82 e 85 (malaveg); forse c'è anche qui doppio senso (« malattia » sessuale?). Non impossibile però: per malavei = «per malanimo » (dei gardadors): cfr., per questo significato, SW V, 55, 4; il Phister, Lexik. Unters., p. 547, indica in GRouss solo il significato « maladie».

— vi fort: in Mare XXIV 10-12 c'è la stessa metafora (« amore dei sensi » = « vino »): Dieus maldiga amor piga e sa valor; / per sa lecha pren delech' al bevedor, / qui trop beu plus que non deu lo vins li tol la vigor; per q. passo, lo Scheludko, Beiträge, p. 179, adduce Eccli. 26, 15 (sull'amante): sicut viator sitiens ad fontem os aperiet et ab omni aqua proxima bibet (e inoltre rinvia a Eccli. 31, 22; Prov. 9, 13 sg.). L'origine della metafora sembrerebbe quindi moralistico-religiosa, scritturale; ma Guglielmo ne rovescia l'impiego, nel senso dell'amore profano (cosi per es. Guido delle Colonne, Gioiosamente canto, in Poeti del Duecento, I 99, vv. 22-23: Sovr'ogn' agua, amorosa - donna, sete / fontana che m'ha tolta ognunqua sete).

21. Il concetto, nella lezione del v. 22, è elencato dallo Cnyrim sotio il n° 766, a cui è accostato il 767: selh a cuy grans fams en prent / manja la pan / que non l'aban (attribuito erroneamente a PAlv); v. anche 767 a: qui non pot mordre, pessuga. Si tratta evidentemente di una formulazione « materialistica » di tipo proverbiale (cf. anche X 30).

22. dessei: efr. I 7 (a ma sselha) e nota. Al v. 21, i mss. recano invece de sei. Ci si può chiedere però la ragione di tale anormità, e la soluzione sta forse nella lettura dessei, per desse (solito pittavismo), nel senso di « subito, rapidamente » (cfr. BV, gloss., s.v. desse « alsbald, sogleich»; BV XVI 12 per pauc no·n mor / desse, in rima con sovê, dove si osserva la medesima consecuzione che qui: morir desse; BV XLIII 7, rima desse:ve, da venir).
Sull'etimo e sulla semantica di desse si vedano (oltre a REW 7814 s.v. semper) gli articoli del Lewent, Ro 82, 1961, 289-356 (desse < DE SE «de soi-même »), del Pfister, VRom 21, 1962, 265-283 (che ripropone l'etimo DESEMPRE e dà rinvii ai testi) e del Colon, in Estudis de Llatí Medieval i de Filologia Romànica dedicats a la memòria de Lluis Nicolau d'Olwer, Barcelona 1961-1966, nonchè in Estudis Romànics 8, 1966, 215-218 (contraddice anch'egli il Lewent). D'altra parte, la lettura tradizionale del verso rientra nel tipo della tornada «ad eco» (« Nachklangtornada »; cfr. III 19 e nota), in cui si osserva identità dell'ultimo verso o degli ultimi versi del componimento con l'ultima parte dell'ultima cobla (cfr. per es. V 85-86).

 

 

 

 

 

 

 

 

Institut d'Estudis Catalans. Carrer del Carme 47. 08001 Barcelona.
Telèfon +34 932 701 620. Fax +34 932 701 180. informacio@iec.cat - Informació legal

UAI