1. companho: cfr. I 1, II 1 e note.
— avols conres: cfr. II 16 (lo bon conrei). conres significa, in questo contesto, « trattamento », come si può ricavare dal significato tecnico « refezione, ospitalità»; cfr. LR II 458: SIV I 331, 4; Du Cange II 511 (s.v. conredium); D. McMillan, Old French 'conreer' and its derivatives, in Studies Orr. Manchester 1952, 184, n. 2 (dove, per questo passo, сі si richiama appunto a una «notion of feasting and food »). SFides 145 czo fo conres avol e vans («un arrangement vil et vain») rientra in questa sfumatura semantica (cfr. ibid., vol. I, p. 277).
Il Pfister. Lexik. Unters., p. 346, conferma che si tratta di « obbligation dont le vassal est tenu envers son suzerain», « hospitalité, nourriture et logement (qu'un vassal doit à son suzerain) ».
2. L'intero verso (tolta la particella consecutiva) è una variante della formula presente in II 1 (v. nota), arricchita di un termine attinente alla sfera del « canto », quindi in direzione di un exordium e causa dicendi.
3. mon afar: ai fatti miei ». Cfr. Donat 1771 (afars .i. factum); Marc I 14, VIII 45-47, XIV 29, XXIX 12 (sfumature semantiche: « atteggiamenti», «desideri », « intenzioni »); Peirol V 4 (afar a situazione amorosa »); AMar XX 13 dire tot mon ajaire « dichiarare i miei sentimenti (la mia condizione)»; RBerb III y 4 (ed. Varvaro). L'espressione compare anche in contratti: cfr. Schultz-Gora, p. 144: nos... prendem a captienh... l'ondrat senhor nostre Raimon...e tot lo sieu affar contre totz homes (anno 1227).
Tutto il contenuto del verso potrebbe esser riferito all'idea cortese del celar, ma in chiave di parodia, dato il tipo di segreto amoroso di cui qui tratta.
4. E dirai vos: la formula di parabasi è banale e assume quasi sempre il valore prolusivo-introduttivo qui presente (cfr. Marc VII 33, XV 6, XVI 6, XVII 1, esordio assoluto: XVIII 1. idem, e 19; BV X 30, XLV 15; ece.). Cfr. anche qui, v. 10.
— m'entendensa: l'astratto come oggetto di un verbum dicendi sostituisce un'enunciazione proposizionale; cfr. S. Heinimann, Abstraktum, p. 83: l'astratto « bezeichnet nicht den Vorgang an sich, sondern weist auf den Inhalt oder die Art des Geschehens hin » (e cfr. ibid., p. 45, 49 с 70, n. 14). entendensa compare, anche nella forma sincopata entensa, in Marcabruno, con particolare frequenza: Mare IX 2 e Marcabrus, segon s'entensa pura (il Roncaglia, CN XVII, 1957, 29, dà un senso di « intento significato, intendimento », che potrebbe forse applicarsi a questo passo di Guglielmo, se non comparisse, nel seguito, il complemento d'argomento); Mare XXVI 37 eu cug aver m'entendensa (trad. « je pense être maîtresse de ma inclination »?), e cfr. ibid., 15 qu'ela n'a auzit l'entensa (« intentions »; più preciso un significato analogo al passo presente: « quello che intende »); XXXII 3-4 segon l'entenssa/de so qu'ieu vei e vic; BV XXXVII 7. Cfr. infine LR V 325 e SW III 51. 1-5.
Cfr. pure Auerbach, Mimesis, p. 198 (cap. IX), a proposito del termine intendimento in Boccaccio, Decamerone, 4, 2, nel senso di desiderium, entendedera (Libro de buen amor), ted. « Schatz », quindi sempre « oggetto di desiderio ».
—de que es: complemento d'argomento, in dipendenza da m'entendensa: tutta l'espressione significherà quindi «che cosa intendo », « di che cosa voglio parlare » (difficilmente: « ciò di cui m'intendo », data la precisazione del verso sucessivo).
5s. La costruzione sintattica sarà: no m'azauta… gabars de malvatz homes c'om non agues faitz de lor; cfr. SchultzGora § 194, p. 130: «Der que-Satz kann auch modalen Sinn haben, indem que « in der Art, dass » bedeutet… Der Nebensatz ist meistens negiert, und que-no kann dann mit « ohne dass » übersetzt werden. Ist auch der Hauptsatz negiert, so steht im que-Satz der Konjunktiv.» (agues è difatti un perfetto congiuntivo, con un certo valore consecutivo).
— no m'azauta: è espressione tipica dell'enueg, come nota già lo Scheludko, Beiträge, p. 66 dell'estratto (in VI 18, s'asautonè invece semplicemente « si rallegrano, hanno piacere »); più spesso si ha m'enoia (cfr. Appel, Chrest., n° 43). ma l'elencare elementi « fastidiosi » è significativo.
— gorcs: il ms. porta gorc, probabilmente per aplografia gorcs-ses. L'immagine dello « stagno senza pesci » ricorda vagamente la metafora religiosa dell'albero sterile (Matt. 3, 10; 7, 19) e, in generale, quella della natura infruttuosa (cfr. Curtius, Europ. Literatur, p. 122), ma può essere semplicemente espressione tratta dalla vita quotidiana e indicante aspettativa delusa: cfr. il proverbio narbonese A gourgo bantado ia pas de peis (Bigorre: En gourgo bautado, yames n'at péch), dove compare anche il tema del gabar che segue qui. (I proverbi sono citati dall'ed. Dejeanne, p. 230, per Marc XXXIII, 22-23 jamais a gore qu'auza lauzar / non ira Marcabruns pescar).
6. gabars de malvatz homes: cfr. X 29 e nota. L'espressione sintetizza un topos frequente nella poesia posteriore e ricollegabile al suo carattere elitario: i malvatz homes sono — anche se non esplicitamente nominati — i lauzengiers, e in generale i nemici dell'amore, volta per volta preso come canone positivo; innegabile una componente cristiana (Boecі 20-21... foren ome fello; / mal ome foren, aora sunt peior: cfr. i testi latini citati da Schwarze, Apr. Boeci, pp. 36, 38, 39 ss., specialmente il sintagma paolino mali homines. Qui in Guglielmo, malvatz significa « dappoco, di scarso valore »; altri esempi (talora con diversa sfumatura semantica di «malevolo », « malvagio », «villano ») sono: rics malvatz (Marc III 50), malvatz avar (Marc XXXIV 26), malvatz donador (Mare XXXVI 34; e cfr. passim), malvaza gent savaja (BV VII 22), malvaza gent manenta (BBorn XXVII 2; gloss, malvatz=«nicht von edler Geburt, vilas »: nello stesso componimento, cfr. 33 ss. rassa, vilana tafura /.../ lur faitz non pot hom durar); malvatz crup-en-cendres (GBorn III 33, riferito ai mariti); ecc.
Quanto al gabar, si vedranno, oltre a X 29, anche VI 43 e IX 7. Il vanto non sorretto da fatti è un elemento caratterizzante i lauzengiers, e in genere gli avversari amorosi.
— gabars de: v. Heinimann, Abstraktum, p. 53: « Zu gabats setzt Graf Wilhelm ein präpositionales Attribut in der Frunktion eines Genitivus subjectus ».
— lor: il ms. — come nota anche lo Jeanroy, p. 32— reca lors, presumibilmente con erroneo riferimento a faitz; ma lors per lor è anche un'incertezza abbastanza diffusa nell'impiego della flessione pronomiale (cfr. Brunel, Chartes, p. xxxii, che si riferisce però al possessivo lor/lors).
— faitz: cfr. per es BBorn XXVII 33 ss., cit. sopra. Il senso è analogo a quello di X 29 (contrapposizione gabars/jaitz).
— agues: ci si attenderebbe un aia (cong. pres.), in rispon- denza a m'azauta; l'imperfetto può essere dovuto al carattere quasi consecutivo della relativa. La correzione ac ges proposta dallo Jeanroy. (p. 32) è superflua.
7. Senher Dieus... del mon capdels e reis: formula di invocazione, introducente una domanda diretta (v. pure XI 23). Esempi analoghi: Boeci 74 reclama Dieus, de cel lo rei. lo grant; SFides 301 s. eus, nostre donz, lo glorios, / de totas res es poderos; Passion 301 ss. O Deus, vers rex, Jesu Crist, /.../ nos te laudam et noit et dia (e cfr. ibid. 288. 369 ss.); poesia limosina Tu autem (ed. Thomas, Sponsus, р. 195), 3-4 Tu autem Deus, qui est paire glorios, / nos te preiam…; cfr. anche, per es., SAlexis 201 E! Deus - bels reis qui tut guvernes (e ibid. 24, 53, 494); nonché le formule epiche elencate dal McMillan in Mélange Delbouille II 486. L'origine di tali espressioni è ovvia; e l'impiego così diffuso, che esse compaiono anche in testi non religiosi o non parareligiosi (che le traducono dal latino ecclesiastico): cfr., oltre qui, BV XXV 21 m'en lais jauzir Deus, quel mon chapdela (riferito all'amore), XXVI 22-23 Deus, que tot lo mond garanda, / li met' en cor c'amar mi volha.
— es: sarà seconda persona singolare, piuttosto che terza persona; la forma normale è est (cfr. poesia limosina Tu autem), ma poi si incontra anche es (nel glossario del GRouss si hanno 21 esempi di es alla 23 ps.si e 158 esempi di es alla 3ª ps.si., contro 247 est e 13 eis alla 3ª ps.si.). V. pure Anglade, Grammaire, p. 314 e Schultz-Gora, §§ 152-153; nonché p. es. Appel, Chrest., 106, 11 (Vergena)... tant es plazens e dausa e tant es abelida... ('Trattato provenzale di penitenza'). La -t finale della forma est puo anche essere stata assorbita dalla dentale iniziale della parola seguente (del). Si potrebbe infine pensare a una 2ª persona plurale (es = etz), come plurale di rispetto (l'ed. Holland-Keller risolve in questo senso: qu'ezes; p. 12).
8. premiers: « a per primo » (SW VI 553, 2), attributo di qui, che sarà il consueto SI QUIS (o forse anche un semplice « colui che »). anc potrebbe essere un riempitivo, influenzato forse dal verso successivo (c'anc / qui anc): ad ogni modo, anc in questa posizione corrisponde al ted. je (cfr. BV, gloss.), con funzione rafforzativa.
— gardet: richiama gardatz, 5, garda, 9, e offre il Leitmotiv di questo passo.
— com non esteis: andrà inteso come interrogazione (retorica), indirizzata a Dio. esteis, come indica già lo Jeanroy (gloss., s.v. estenher) è 3ª ps. si. del perfetto forte di estenher « morire, estinguer(si) » (cfr. SW III 318, 3 e Donat 588 esteis: extinxit). Si osservi il richiamo esteis/estes 9 (che si cumula con quelli già osservati qui anc/s'anc, gardet/garda).
9. mestiers ni garda: « servizio né custodia ». L'iterazione sinonimica impone una coerenza semantica dei due vocaboli: mestiers, in quanto astratto (cfr. LR IV 236 e SIW V 260, 1-3: i significati concreti sono specializzati: « Gottesdienst », « Тotenamt », «Innung, Gilde », « Webstuhl», cfr. SW, ibid., 4-6 e 8), induce a prendere anche garda nel senso generaleastratto di « custodia », laddove per questo vocabolo l'impiego concreto è l'usuale (ma già si nota una sfumatura fra gurda e l'ancor più concreto gardador, cfr. qui II 10).
— Sidons (o si dons): corrisponde, alla terza persona, al midons (« il mio signore », cioè la dama) della tipologia cortese (cfr. IX 21 e nota). Qui si può osservare la sovrapposizione dell’impiego generale (« il signore di ogni ipotetica guardia ») a quello specifico, riferito alla custodia del con: il cardine è fornito dalla comparazione (estes sordeis)
— estes sordeis: sordeis non è aggettivo, bensì avverbio, nella forma di un comparativo sintetico (quella dell'aggettivo è sordeior, cfr. Schultz-Gora § 109). L'espressione significa quindi: « si comportasse più meschinamente, più bassamente » (cfr. Mare XXIV 24, cit. sotto per il v. 11).
10. La struttura del verso è analoga a quella del v. 4. Si noti l'anacoluto.
11. com sel hom que…: « in quanto persona che»: cfr. Bertoni, Ro XLII, 1913, 450 ss.: « com sel hom que doît avoir le sens du lat. quippe qui; cfr. a. fr. com li hom qui, com cil (ou cil hom) qui ». V. anche M. Ulleland, « Io canto come colui che...», in St. Neophil. XXXIII, 1961, 329-334, che cita esempi a. fr. di questo pseudòparagone (da Tobler-Lommatzsch II, 593, 22 e 46; 594, 38).
— mal n'a fait e peitz n'a pres: il concetto di proporzionalità crescente fra azione e conseguenza ricorda formalmente anche altre situazioni: cfr. spec. Marc XXIV (il cui schema metrico è assimilabile a quello di Guglielmo I-III: v. Metrica) 7-8 denan vos fara semblan bon per meillor, / per servir gen, a talen mal per peior e spec. 24 qui meils fa sordeitz a, cum de l'agnel an pastor (laddove l'accento è però piuttosto sul concetto del bene ripagato col male). Il mal faire e il peitz penre si riferiscono, come indica la particella en (n'a), al con, la cui «legge » si enuncia in seguito: ovvio che chi ha fatto le sue esperienze in proposito possieda la qualifica più adatta per enunciare la «legge » medesima.
12. Il verso è ipometro nel ms. (manca una sillaba). Il Bertoni, Ro, cit., p. 451, propone: [qu'ieu] s[a]i c'autra (lo Jeanroy si limita a notare l'ipometria; p. 32); il Mölk. Trobar clus, p. 47, propone: Si c[om] autra, ra, rinviando, per si com...e, al SW iI 311 (e introducente un termine di paragone proposizionale). La proposta del Mölk è sorretta dalla frequenza dificilmente casuale — della particella com (c'om) nel testo (cfr. vv. 3, 6, 8, 11 ecc.). Altrimenti si potrebbe leggere semplicemente si que autra, variante indifferente rispetto a sì c'autra.
Il senso del verso — che è ripreso poi ai vv. 14-15 dalla metafora del bosco — è: il cons segue una sua leis, in contrasto con quella che regola autra res: mentre questa, pren. dendone una parte (qui [SI QUIS] ·n pana), diviene più piccola, il cons invece s'ingrossa con l'uso. Secondo lo Scheludko, Ovid, p. 135, il concetto sarebbe riferibile a Ovidio, Ars am. III 90 (Mille licet sumant, deperit inde nihil); ma la metaforica di questo tipo è poligenetica: cfr. per es., da un lato, Tertulliano, Apologeticum, cit. ai vv. 14-15; dall'altro, PAlv VI 40 (ioy munda) ... que, quan creys mais, merma (dove è interessante la coincidenza lessicale con questo verso). In Guglielmo però situazione e tono sono specifici, e inoltre c'è il gioco di parole sul crescere » del con con l'uso (« aumentarc» e « allargarsi »).
13. casteis: in questo contesto: « avvertimenti ». Cfr. II 10 e nota: GAdem III 30 (car anc no creziei castiier).
14. an ho vezer: «vada a vedere ciò», riferito al soggetto sel qui no volra'n creire del verso precedente. La grafia ho sembra dovuta alla necessità di evitare un ano (= anon), 3ª pers. plurale del cong. ng. pres. di anar. L'espressione, соmunque, corrisponde a veza (cfr. Meyer-Lübke, III, p. 343, § 324)). IlGossen, Skriptastudien, p. 130, riporta un congiuntivo presente ange «vada» (Poitou 1239), nel quale la grafia ng può indicare [ñ] oppure [nğ] (senza possibilità di scelta sicura). Nel primo caso, si potrebbe sciogliere anho in anch’ o; il senso non cambia comunque, si ha solo un lieve indizio di localizzazione linguistica.
— deveis: è la bandita, che compare per es. nella metafora della « caccia amorosa » di Marc XVI 44 (mos alos es / en tal deves); o, in questo caso, il vivaio d'alberi, la zona recintata del bosco (cfr., per i monopoli di caccia e pesca, Garaud, Châtelains, p. 146 ss.); può essere anche semplice sinonimo di « radura » (cfr. BV XXIII 15 pratz e deves e ver ger). Il Donat 2331 dà: deves = locus defunsus.
15. Il concetto qui esposto è quello già accennato sopra: l'effetto di una misura presa è solo quello di moltiplicare. L'immagine è poligenetica: cfr. Tertulliano, Apologeticum, L 535 (in P.L. 1, 603), sull'effetto delle persecuzioni: Plures efficimur, quotiens metimur a vobis; semen est sanguis Christianorum (tale passo è ripreso, nel concetto, ma spogliato delle metafora, in Passion 124: cum peis lor fai, il creisent mais); dall'altro, la figura mitologica dell'idra (Bestiario provenzale Aiso sont las naturas, in Appel, Chrest., nº 125. 84: Idre es una serp que, can hom li talha una testa, el ne met doas).
— [ho] dos ho treis: il verso è altrimenti ipometro, dato che la cesura è epica, e l'atona soprannumeraria di táilla rіmane nel primo emistichio (cfr. Metrica). La proposta è dello Jeanroy.
16. Questo verso generalizza l'immagine della cobla precedente, riferendola alla totalità bocх.
— taillatz, nais: richiamano - non casualmente- tailla, naison della cobla precedente, originando così uno schema di coblas capfinidas (cfr. anche VII 31 e nota).
— espes: può essere sia aggettivo, sia avverbio (cfr. LR III 179, es. di PSalvatge: las fors naisson plus espes); il senso è comunque il medesimo.
17. senher: è il padrone del bosco, indirettamente anche del con. Il Nelli, Érotique, p. 81, traduce: «le seigneur mari ».
— comte, ses (ces): l'immagine economica è piuttosto rara, ma già in proverbi si incontra il concetto: «liberalità non produce perdita, ma guadagno » (cfr. Cnyrim 694; 184: mieills gazaigna e plus gen / qui dona q'aicel qui pren [= FMars X 4]).
— ses: grafia del ms. per ces (cfr. sel per cel, 11 e 13), derivante da CENSUS, nel significato di « rendita, guadagno » e in iterazione sinonimica con comte « tornaconto » (o forse addirittura: « capitale, somma di partenza »?). Cfr. Mare XXXIX 61 demandan aco per ces «...come fosse loro dovuto » (Donat 2328: ces .i. census: cit. anche in Roncaglia, 25 Pоеsie, gloss.; Mare XXXIII (ed. Roncaglia, CN XI, 1951), р. 41, nota: ces + acapta = ‘censum + acceptamentum’ .V. anche per es. le indicazioni del Kulischer a proposito del cens (« Grundzins », pagato dal contadino al signore in denaro, mentre la coutume è la parte pagata in natura): J. Kulischer, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, Berlin (Ost), 1958, vol. I, p. 119.
18.-19. I due versi possono essere integrati l'uno sull'altro: cfr. Mölk, Trobar clus, p. 47. Quindi: 18, secondo emistichio: si·l dampn[atges no i a pres]; 19, secondo emistichio: [si negus dan] no·i a [pres]. Infatti il v. 19 è con tutta probabilità una « Nachklangtornada » (cfr. V 85-86 e nota) е riprende con minime varianti l'ultimo verso della cobla precedente (così avviene in II 21-22). Si potrebbe quindi proporre, per il primo emistichio di 19, un testo del tipo: tortz es c'o[m planha la tala] (lo Jeanroy, p. 32, che non legge bene il chiaro co[m] del ms., propone: tortz es ca[r hom planh la tala quan negun] dan no·i a [pres]). Si rimane cоmunque nell'ipotetico.
— a revers: « a sproposito, a torto » (SW VII 4 «verkehrt »).
— tala: « devastazione »; in origine un arabismo (cfr. Scheludko, ZRPh XLVII, 1927, p. 439); ha riferimento specifico ai danni arrecati alle colture, ai boschi etc. (cfr. ms. prov. d'Arles, 1268-1269, f. 221 ro e vo: fecerat talam com ovibus suis transeundo per dictum territorium). Vedi Donat 3256: tala = devastacio vel detrimentum.
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