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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,012- Guilhem de Peitieu

1. Cfr. IV, 56. Si ha un verso consonante con questo nello incipitFarai un vers ab son novelh di BMarti (VI 1); nello steso sirventese, notevole anche la situazione dei vv. 19-22 si duerm trop, non er qui·m revelh, / ans  si penran tug a gabar; / e si stau tot jorn al solelh, / pauc trobarai, m'an covidar (cfr. qui anche v. 2). Differente inspirazione, come mostra l'editore, in ROr XIV 6-7 e si·m nais Jois e Chans / e creis en veillians; / car no·m ven com sol somnmejans (Pattinson, p. 115; «Guilhem [nel componimento presente] is deliberatively striving for a humorous mystification; Raimbaut is making a perfectly clear comparison between his former dreamed joy and his present real joy»). 
 
farai un vers: la lezione di (indifferente rispetto a N1 N2: un vers farai) è appoggiata da I 1, IV 1 c 37, XI 2. Per vers, cfr. I 1 e nota.
 
pos: può esser inteso come «poiché» (Jeanroy, Casella), o, meno probabilmente, come «poi» temporale.
 
—mi sonelh: possibile variante per mi somelh (Nlegge invece mi semeil da semelhar «sembrare, assomigliare», che oltretutto non è riflessivo; cfr. SW VII 553; N2 lascia prudentemente in bianco la spazio fra m). Cfr. II 12 sonei, non riflessivo (a meno che la ·s anclitica non sia andata perduta nell'inizio della forma verbale: no·s sonei; ma i mss. portano non sonei). Vedi anche il glosssario dell'ed Jeanroy e il SW VII 802, che dà questo passo e due citazioni del Donat (2077: «somnelhz = somno seducaris»: 3381: «somnelha = frequenter somniatur vel dormitat»). L'impiego normale —come quindi in II 12— oscilla fra non riflessivo (Marc XXXII 73 Jovens someilla) e riflessivo (GBorn XVIII 4 si be·s somelha; gloss.: «somelhar rifl. = schlafen, schlummern, schläfrig sein»); la grafia oscilla fra som-, son-, e l'etimologia somn- (v. per es. gloss. GBorn).
 
2. vauc m'estauc (la lettura m'estanc non cambia il senso, dato che estancar = «Halt machen», SW III 303, 8; inoltre estauc è assicurato da staua di N1 N2). più che di una contraddizione da «non-senso» (cfr. il devinalh), si esprime qui l'alternarsi di movimento e di quiete. Per il tema del «sostare al sole», cfr. il passo di BMarti sopra citato, dove però la situazione è l'inversa.
 
3. conselh: ritorna in rima al v. 35.
 
5. chevaler: è la lezione di Nporta cavalier; al v. 8 si ha la medesima alternanza; chevaler non contrasta con le abitudini linguistiche del pittavino (cfr. VI 43 ss.).
 
6. tornon a maltornar a mal = «als etwas Schlimmes anrechnen herabsetzen» (SW VIII 302, 8; e cfr. SW V 43, 14). Anche la lezione di N1 N(tenunt per male, cioè tenon per mal) dà un senso accettabile.
 
7-8. La lezione di (dona fai pechat mortal qe non ama cavalier leal) è logicamente corretta, mam non metricamente (7 è ipometro, 8 ipermetro). L'Appel, Chrest., che si basa solo su questo manoscritto, propone di ristabilire il metro spostando il non nel primo verso (domna non fai pechat mortal que ama cavalier leal: nella nota, dubitativamente); lo segue SW I 263 s.v. clergal. Gli altri editori utilizzano anche N1 N2, in cui correggono n'ama in no ama (così lo Jeanroy).
    Si osservi l'accenno di coblas capfinidas instituito fra i vv. 5 (amor de chevaler) e 8 (ama chevaler). Cfr. anche VII 31 e nota.
 
9-10. Il Bertoni, Ro XLII (1913), 450, propone per q. versila traduzione: «essa ha solo ragione di non amare, se si tratta di un monaco o di un chierico», riferendosi alla locuzione non... mas «sauf que».
 
monge o clergau: quasi sinonimi?: cfr. ROr I 62 Pretz e Jois, que mong' e·s clerga (verbali; cfr. nota). La lezione di Vclers gau (o cleasgau), presenta, nonostante la scorrettezza, la vocalizzazione della -l finale tipica del pittavino (e di tutto il Sud-Ovest; cfr. IV 4 e nota); come propone anche il Roncaglia, Dispense, andrà letto mortau: lejau: clergau. Per clergau, cfr. Pfister, Lexik. Unters. p. 224, che indica come il sostantivo clergaus, clerjaus compaia, oltre che in GRouss 129, solo in questo passo di Guglielmo. Quanto alla fonetica di monge, cfr. Pfister,  VRom 17, 1958, 343-346, particolarmente p. 344: «Westlich der Linie Maguelon-Montpellier-Nîmes ist bei den Proparoxytona vom vom Typ —NICU, —NACU, die Synkopierung eingetreten» (mentre nel S-E e nell'Est della Francia meridionale —Languedoc e Provenza— si hanno forme non sincopate, tipo monegue). Si noti che la forma monges compare nei ms. N, esemplati in Italia (in parte anche in Catalogna).
 
non a raizo: formula para-giuridica (cfr. anche 11 per dreg), nel senso di «ha torto, non ha scusante»? Cfr. SW VII 62, 9, che reca un passo dalla Vida de S. Honorat (lxxxvi 29 Mandament a donat que fos presa e liada; cant li donna s'escusa, sa rason non a luec; sententia fon donada c'on la cremes el fuec (cfr. qui v. 11-12). La forma raizo, secondo il Karch, Nordfranzösische Elemente im Altprovenzalischen, Tesi Heidelberg 1901, p. 29, (cfr. pure Appel, Lautlehre, § 15), sarebbe «settentionale»; cfr. però anche Görlich § 105 (esempi: raison, Aunis; raizun, Poitou); Passion 191 raison, 241 raisons, 431, 445, 511 raizon, 1 raizun; e v. Grafström, Graphie, p. 36 ss.; Pfister, VRom 17, 1958, 290.
 
11. s.: per dreg: rimane nella sfera giuridica tracciata da non a raizo. Cfr. SW II 298, 4 per dreg «von rechtswegen, in gerechter Weise».
 
la deuri' om cremar ab un tezo: formula deprecatoria diffusa; cfr. il passo della Vida de S. Honorat sopra citato; e inoltre Cerc IV 29 el fuec major seretz creman (contro gli adulteri); V 36 ardre·ls degr' om o totz vius sebelir (i lauzenjers). L'espressione è diffusa anche in altre aree: Carmina Burana, ed. Hilka-Schumann, I 2, p. 192, nº 117, vv. 3-4 lingua digna detruncari et in igne concremari; Anonimo Genovese, ed. Cocito, LXXXII 11-12 chi comete tar peccao degno è alo' de eser cremao (contro la sodomia); CXXXII 13-14. All'evocazione del supplizio del rogo (riservato, fra l'altro, alle fattucchiere) si associa l'idea del fuoco infernale: cfr. SFides 572: i signori delle anime dannate sono terribili demoni, che queg dia·lz creman quais tizun.
 
cremar: è tipico dell'oc e del S-O: cfre. Gamillscheg, p. 73; Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 42-45, che per l'a. fr. letterario reca solo ardeir, briisler, usler (usclar nella vers. del ms. N), ecc. V. anche X 15 e nota.
 
13-14. Cfre. la vida di Guglielmo, che probabilmente attinge da qui e dal v. 23 (mas trop vezem anar pel mon): et anet lonc temps per lo mon per enganar las donas.
 
part Lemozi: l'Alvernia si trova effettivamente a Sud-Est di Poitiers, «al di là» del Limosino. Cfr. Wiaceck pp. 72,124.
 
m'en anieiV reca menan, che sarebbe possibile leggere (con ipometria, però) m'en an (cfr. IX 5 e nota, per an «vado»). 
 
a tapi: topico («in abito da pellegrino, in schiavina», quindi «in incognito»). Cfre. Marc XVII 9-10 e Donars qu'era sos fraire va s'en fugen a tapi (il Roncaglia, CN XIII, 1953, 32, ricorda «schiavina e zoccoli degli umili viatori», riferendosi a marc III 43-44); Pvid III 78 ss. retornar et anar ... entr' Arle e Tolo a tapi. La forma sembra prestito dal francese; cfr. Pfister, Lexik. Unters., p. 696.
 
15. la moiller d'En Guari: la lezione di (la moiller Guari) sarebbe un arcaismo, sul modello lo temps Constantin (SFides 13 e nota vol. I, p. 154: cfr. qui v. 33 e nota); ma al v. 16 lo stesso ms. porta d'En Bernart.
 
moiller: in antico francese, secondo Grisay, Lavis, Dubois-Stasse, Dénominations, p. 88, moiller è termine «presque exclusivement épique». Il termine è complementare a seigneur «marito» (ibid., p. 93). Si veda anche G. Adams, Words and Descriptive Terms for 'Woman' and 'Girl' in French and Provençal and Border Dialects, Chapel Hill 1949, p. 42.
 
16. Bernart: questa forma del nome proprio è l'unica attestazione in La Du, Chartes, gloss., s.v. Bernart (con un unico femminile Bernarde); cfre. anche Görlich § 89 (grand grant) e qui, ms. C, cobla 12 (per la forma Bernat, messa in rilievo dal Frank).

17. porta francamen, che, come osserva il Frank (Ro LXXIII, 1952, 227-234), è modernizzamento. 

18. per Saint Launart: cfr. Diez, Leben und Werke, p. 10 nota 1: si diceva che S. Leonardo, onorato specialmente nel Limosino, spezzasse le catene dei prigionieri, se implorato con fede; le catene stesse venivano appese come ex-voto nel santuario omonimo (cfr. anche BBorn XLIV 34 e nota p. 199). Le due donne credono quindi che Guglielmo sia un pellegrino colà diretto (il santuario si trova nel Limosino, come quello di San Marziale: cfr. però v. 13). Si spiega così anche l'espressione del v. 27: ni fer ni fust no ai mentagut, in cui fer indicherebbe le catene (come in BBorn, cit.: lo fers saint Launart) e fust el «legno», il bastone del pellegrino (come in JR V 13 mos fustz e mos tapis; cfr. qui v. 14)
   Il Richard, Histoire, I, 499, ricorda il voto di Bernardo d'Antiochia, che promette di andare a posare sulla tomba di San Leonardo catene d'argento di peso pari a quelle portate nei due anni di prigionia a Metilene. Alla nota 2 di p. 503, lo stesso Richard commenta così il passo di Guglielmo: «Il s'agit de saint Léonardermite limousin du VIe siècle, qui a donné son nom à Saint-Léonard de Noblat (Haute-Viennte)».
 
19. Questo verso è inserito da nella terza sede della sua cobla 2, che risulta da una mistura delle coblas 5 degli altri mss.; modello del rimaneggiamento, per le rime -i[n] / -art-en[t], è la cobla 3 degli altri mss., che dà anche le rime alla cobla di C.
 
diz en son latin: cfr. X 3 e 11 (e 24, ma con altro senso). Dir en... lati ricorda l'apostrofe iniziale dell'oratio recta entendez mon latin dell'epica (cfr. MacMillan, in Mél. Delbouille II 477-493, tabella a p. 485).
   Si potrebbe pensare, vista l'indicazione geografica del v. 13, se non vi sia, nei discorsi successivi, mimesi o parodia linguistica del dialetto delle due donne (dell'alverniate, quindi), che questa indicazione en son lati vuole sottolineare. Ma tratti caratteristici dell'alverniate (almeno a livello macroscopico) non se ne trovano: si potrebbe sì pensare che la discordanza latipelegrineisencamin delle rime in N accenni alla conservazione della finale propria di tutta la «zona interna a occidente del Rodano» (cfr. Roncaglia, Lingua, p. 38): ma d'altra parte lo stesso ms. (insieme con V) toca al v. 51 gat, laddove l'alverniate avrebbe senz'altro forma palatalizzata (insieme, di nuovo, al Limosino e al Delfinato). Lati ndicherà quindi qui «parole» e non «language» (o si avrà una forma ridondante de dir).
 
20. Formule augurali di questo tipo si incontrano anche nella oratio recta dell'epica: cfr. J.J. Duggan, Ro LXXXVII, 1966, 328, che dà esempi dal CourLouis.
 
21. de bel aiziaizi è la «domaine dont le château est le centre» (Pfister, Lexic. Unters., p. 238). L'espressione indicherà «di buona nascita» o simili. Il Dragonetti, MélDelbouille II 135-137, propone alquanto macchinosamente (ma la proposta è nel contesto di un'interpretazione del tema dell'aizi): «votre extérieur donne à croire que le lieu qui vous convient dans la domaine d'Amour est bien situé».
 
22. mon escient: cfr. VII 16 e nota.
 
23. Accettando camin di N1 N2, la cobla assume una metrica particolare (c=a). D'altra parte, è probabilmente a che si ispira la vida (cfr. nota 14); e sto camin è barbarismo.
 
24. folla gent: cfr. I 2 e nota. Qui in contesto proprio.
 
25. ar auziretz: formula consueta di parabasi; cfr. 44, 79, 83.
 
26. ni bat ni but: formula rafforzante la negazione (in questo, vicina alla formula di cui si tratta nella nota IV 17); cfr. Flamenca 1241 non dis ni buf ni baf (cit. da Cnyrim, nº 939) e BernVenzac, Pus vey lo temps fer frevoluc (Appel Prov. Inedita, p. 52) 13-16 quar vers ses versa es niens / e volon mais / li folh, en cui saber no nais / buf-baf q'una sapiensa (si tratta del comp. già citato per I 1). Il senso generico è chiaro (ni baf ni buf: Meyer, gloss. Flamenca: «ici... est une simple forme de negation»; SW I 172 «Unsinn, thörichtes Zeug»; Donat 1551 e 2989 baf, buf: vox indignantis); nel caso specifico, ni bat ni but potrebbe tradursi «né batti né botto»; forse c'è anche riferimento fonico al babariol... successivo. Un gioco di parole affine si ha anche in PAlv XI 15 de Mauri en Miro (l'ed. Del Monte interpreta: m'ari «mi ride» e mi ro «mi rode»; cfr. nota).
   Come sull'«arabo» successivo, anche su questa espressione v'è molta letteratura. Centrale l'articolo di J. Monfrin, Ne savoir ne bu ne ba, Ro 78, 1957, pp. 98-100, il quale (rifacendosi a una nota precedente di R. Hakamies in NM LVII, 1956, pp. 220-223), inquadra l'espressione di Guglielmo nella serie di formule indicanti (per negazione) incapacità di articolazione linguistica, e la oppone al babariol che segue: «Le troubadour oppose les sons inarticulés émis par un muet (bâtis sur bab, et sur ol, cette syllabe étant à rapprocher d'autres essais de combinaison de o + liquide pour évoque les bruits sortants de la gorge d'un muet), à un épel précis: ne bat ne but.» (p. 99). Anc no li diz ni bat ni but indicherebbe insomma: «non spiccicai parola». Il resto della bibliografia in proposito (J.J. Beylsmit, NM LX, 1959, pp. 334-347; A.O. Vértes, NM LXI, 1960, pp. 361-362; I. Maliniemi, NM LXII, 1961, pp. 65-70) si occupa specialmente dell'origine dell'espressione, che non compare solo nelle lingue romanze, ma anche in altre lingue indo-europee, nonchè nell'ungherese e nel finlandese: in sonstanza si hanno due tesi, quella che propende per origine dotta mediolatina, in collegamento con l'insegnamento linguistico elementare (secondo il modello: «bi + a = ba; bi + u = bu; ecc.») e quella che dà maggior peso a elementi di onomatopea spontanea (cfr. anche qui sotto, nota 29-30). Il contibuto più sistematico è quello del Beylsmit.
 
27. ni fer ni fust: cfr. la nota 18. Potrebbe essere anche formula epica: in ChRol 1602 (el cors li met e le fer e le fust), l'espressione si riferisce alle parti della lancia. 
 
29-30. Si veda la nota 26 (articolo del Monfrin). Una posizione interpretatoria particolare assumono gli «arabizzanti», le cui tesi —rivolte anche in questo caso a dimostrare influsso arabo nella poesia provenzale delle origini— sono ben compendiate dal Riquer (Lirica I, 17, nota). Comune a essi è il prendere come base il testo del ms. C (tarrababart / marrababelio riben / saramahart: anche il verso 28 entra a far parte della formula), che il Nykl legge e traduce: tara wara’l-bab «guarda dietro la porta»; marat o marten «donna» o «due donne»; biliorum «se»; ben «io»; sar nnhar bard «oggi fa freddo; il Briffault ricostruisce invece così: tarra bab, arra (o aya) «chiudete dunque la porta»; marhaba «(Dio ve la faccia) ampia!» (formula comune di saluto); eulen (forma magrebina) «so (che siete)»; ryah ben «una ragazza ipocrita»; sarra ma hard «come fa freddo». Il Lévi-Provençal, infine, legge e traduce: ante llatī [quindi lascia, per il v. 27, la base C] / marra b-Ab Hārit / marra b-Ab Nūr iben / Saram ’āhart! «sei ben quella che, una prima volta a Abū Hārit, una seconda a Abū Nūr ibn Sāram, ti sei prostituita!».
   Sembra evidente, nelle traduzioni del Nykl e del Briffault, un riferimento al tema popolare (non solo arabo) del forestiero che bussa alla porta e mercanteggia per essere introdotto dalla donna (tipico l'accenno al freddo); il Lévi-Provençal dà invece un testo più specifico, seppure ancora in uno spirito affine («non fare la schizzinosa»). Problematico rimane in ogni caso il rapporto con il testo seguente (vv. 34-36), a meno di assumere la consueta metafora del «parlar arabo», che effettivamente, per chi non lo capisce, equivale all'esser muto. Ma a questo punto intervengono considerazioni d'altro genere, riguardanti proprio la scelta del ms. C come base: secondo il Frank, Ro LXXIII, cit., C rimaneggia tutta la cobla sul modello della cobla 3 (come s'è già osservato alla nota 19); si tratterebbe, come in altri casi (che il Frank elenca), di modernizzamento del copista «filologo», qui in direzione arabizzante, probabilmente conseguente alla «arabicità» della lezione degli altri mss. Quanto a questi ultimi, anche se non si può disconoscere appunto questa «arabicità» (come osserva il Roncaglia, CN XV, 1955, 161-164, che collega il tipo babarian a parole come barracan, ecc.), va però osservato che le formulazioni del falso pellegrino rimangono —data la sua intenzione di fingersi muto— a livello di pre-articolazione: iterazioni sillabiche del tipo ba-ba sono appunto «pre-linguistiche», come ricorda lo Spitzer (ZRPh LIII, 1933, 303, nota 1) a proposito dell’etimo baba «bava» del REW3 854, come «Kinderwort». Si ricorderanno anche le poesie infantili di varie zone linguistiche (Un’i unél baribón baribél / toi tu es la plus belle, Svizzera francese, cit. in ZRPh LXIX, 1949, 16, nota 1; Ene dene dube dene / dube dene daliá. / Ebe babe bembió / bio bio buf, verso di conta tedesco; ecc. ecc.).
 
31. sor: V reca .o, N1 .o, N2 .a; lo Jeanroy legge: So diz... (a al v. 73, dove N1N2 recano .o e V .os, dà sor). La lettura sor, in questa sede, risponde meglio all'alternanza generale dei dialoganti (vv. 19, 25 ss., 31, 33, 49, 73, 75); .a (sa) di N2 potrebbe essere da un sor mal letto. - sor = «sorella» (forma d'origine settentrionale: Appel, Lautlehre, § 15, p. 17). Nella tradizione posteriore del motivo (Boccaccio), si tratta addirittura di «suore» (anche qui, del resto, «sorella» non indica necessariamente un legame di parentela: cfr. Grisay, Lavis, Dubois-Stasse, Dénominations, p.206).
 
32. anam queren: locuzione indicante azione durativa (cfr. per es. Meyer-Lübke III, § 315); così in JR I 30 per so quar vau mo mielhs queren (mo mielhs è anche là amore, ma in ben altro spirito).
 
33. per amor Deu: Deu è genitivo assoluto, come per es. già nei Serments de Strasbourg (pro Deo amur); esempi dell’uso fra l'altro in LR II 53; Meyer-Lübke III § 37 e § 42; Foulet, Pet. Syntaxe, §§ 19-43. Vedi anche Boeci 19 ses Deu licencia; Passion 70 en templum Deu, 180, 192, ecc.; Roncagia, Lingua, p. 81, n. 1: Avalle, Passion, § 66; Toja, CN, XXIX, 1969, p. 72.
 
alberguem: lo Jeanroy, p. xvi, parla di «négligence» nella versificazione (Ermessen geren alberguem); il Frank art. cit., fa cenno all'assonanza en em, dal ms. C corretta in rima en en (cobla 3 di C: Ermessen : queren : gen). Ma in fine di parola e di sillaba, nel Sud-Ovest, la m e la n sono intercambiabili (Görlich § 73: «m wechsel mit n an Silben- und Wortschluss, ein Zeichen, daß in der Aussprache kein Unterschied bestand»; secondo il Gamillscheg, anzi, si tratterebbe di abitudine specificamente pittavina (p. 70: «ein ganz speziell poitevinisches Merkmal»). Secondo tale abitudine linguistica, quindi, si avrebbe rima, qualunque sia la grafia, laddove C può avere, al solito, «corretto». Cfr. anche v. 75 e nota; Comm. linguistico, § 23, 3.
 
35. conseilh la forma secret di C è modernizzamento (Frank), ma pure difficilior. Conse(i)lh in rima anche al v. 3.
 
36. non er saubutz: è forse parodia del precetto cortese del celar (cfr. IX 39); ma pure preoccupazione convenzionale degli amanti: cfr. la pastorella L'autrier a l'intrada d'abril di Guilhem d'Antpolh (Appel, Prov. Inedita, p. 122-125), in cui il cavaliere invoca l'amore fisico della pastora, promettendo (vv. 43-44, p. 124); qu'ie·us seray leyals e temens / e ia per mi non er sauput.
 
37. Il ricoprire con il mantello è atto formale di protezione; cfr. anche X 23-24 e nota.
   
38 ss. La situazione descritta, nei suoi elementi (fornel, foc... bos, gros carbos) —e anche più oltre: capos, pansblancs, vins... bos, pebr' espes— ricorda la topica dei plazers (o, specularmente, degli enuegs). Cfr. per es MMont (in Appel, Chrest., 43) Fort m'enoia, so auzes dire?, 14-17 Enueg et enoia·m de cavallier / fors de son pais ufanier, / quant en lo sieu non a mestier / mas sol de pizar el mortier / pebre o d'estar al foguier (nonostante le coincidenze: cavalier fors de son pais ufanier, pebre, foguier, si tratterà difficilmente di una allusione); id., Molt mi platz deportz e gaieza (in Appel, Chrest., 44), 19 e platz mi be qui m'aculhia (indica la base comune fra plazer e situazione presente).
 
38. fornel; cfr. v. 78, dove però la lettura forn non è sicura, La funzione «edonistica» del fuoco (cfr. MMont, cit., foguier) è tradizionale, anzi rimproverata dai moralisti: così Marc XXXV 48, contro i crup-en-cami.
 
39. a mi fo bon e bel; cfr. X 7 e nota; qui il senso è materialistico.
 
40. C'è probabilmente una ripetizione, vista l'incidenza con il verso precedente (bos / bon e bel) e quella con il v. 47 (e·l foc fo bos / e·l vins fo bos).

41. calfei: calfar è abbastanza raro; cfr. Donat 847 calfar = calefieri, e nota ed. p. 279 (il latino suggerisce che il traduttore cerchi di rendere «the intransitive sense of the verb used reflexively» — come qui in Guglielmo). Comunque sia, calfar rimane nella sfera semantica anticipata da cremar, tezo dei vv. 11-12, sviluppata in fornel 38, foc 40, carbos 42 e (forse) conclusa da forn 78.

44. aig i: il ms. V porta agui; lo Jeanroy corregge in ac i, che trova poi un contrappunto in no·i ac del v. seguente; ma cfr. v. 58 (aig n'espavent). La forma agui «ebbi» cade per ragioni metriche, essendo ossitona (Anglade, Grammaire, p 318).

45. cogastros: è quasi sicuramente un apax; Appel, Chrest., gloss., dà «Küchenjunge?»; lo Jeanroy, gloss., «aide-cuisinier, marmiton»: il LR, II 505, lo stesso, con questo unico esempio. In Adams, Word-Formation, pp. 146, 324 e 581, si hanno i due suffissi che sembrano entrare in gioco qui, cioè -astre (< -ASTER) e -os (< OSUS): cogastros andrebbe ricondotto cioè alla radice di coc + -astre + -os (laddove va notato che il suffisso -os è aggettivale). Si potrebbe anche pensare a cogastros come forma plurale di cogastre (sul modello bár - barón), come per cusc - cuscos in GRouss (cfr. Pfister, Lexik. Unters., p. 136 e 359): si tratterebbe allora anche qui di fraintendimento o di metaplasmo di declinazione.

47. chalt: come indizio di qualità del pane (mentre per altri cibi è ovviamente segno negativo: G. Patecchio, 28: carne grassa e freda peveradha), questo epiteto compare anche in Marc XVI 16-18 (ed. Roncaglia, SM XVII, 1951, 46-70): Lo pan del fol / caudet e mol / manduc e lais lo mieu frezir (la metafora erotica è ancorpiùu scoperta).

pans, vins: erano simboli d'ospitalità (pebre sarà una scurrilità aggiuntavi, vistene le qualità afrodisiache); di tale motivo c'è qui parodia. Tutta la situazione riprende la tematica dei diritti spettanti al signore, ospite di un vassallo o di un inferiore (cfr. Garaud, Châtelains, pp. 161 ss.): tali diritti comprendono l'hospitium (arbergemens, gîte) e la commendatio (procuration: include pane, vino, candele, riscaldamento). Cfr. Alexis 225: al mendico pellegrino si offrono lit et ostel et pain e charn e vin; Mare XLIV 68 (la puta si dirige) on sap lo pa e vi (cioè dove è accolta liberalmente); Marc XX bis, 9 vos faill la carn e·l vins e·l pans. Anche in BBorn XIX 1-3, la descrizione del bon ostau include questi elementi topici: Ges de disnar non fora oimais maitis / qui agues pres bon ostau; / e fos dedinz la carns el pans el vis, / el fors fos clars cum de fau

49. Cfr. 31 e nota.

50. V'è un forte sospetto di corruzione della tradizione nel passaggio fra questo verso e il successivo: per nos / nos aportem (ms. V). Difatti sia N1-2, sia C (vv. 32-33), eliminano il secondo nos (N1-2 piandon per, C aportatz).

51. Per la prova del gatto, il Roncaglia, Dispense, rinvia alla tenzone fra Bernart e Gaucelm (BdT 52, 2: Gaucelm no·m posc estener; ed. D. J. Jones, La tenson provençale, Paris 1934, pp. 94 ss.), vv. 61 62: e si no·s voletz gequir / tira·us lo gat per l'esquina. In Marc XLI 41 si allude al gatto del reprovier, ma, per quanto il testo corrotto lascia intravedere, non si tratta di questa situazione.

52. de mantenent: ripetuto concettualmente al v. 53 (az estros) e letteralmente al v. 67. C corregge qui e al v. 67 (52 toit e corren; 67 per la coa·l pres N'Ermessen), facendo supporre un antecedente corrotto, che V N1N2 avrebbero semplicemente «parificato».
   Per le forme esprimenti «tosto, subito» in a. fr., cfr. Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 304 ss. (de maintenant assai più frequente di a estros). La forma az estros è tradotta «certainement, à coup sür» dal Pfister, Lexik, Unters., p. 455, che la dice prestito dall’antico francese; l’etimo è ignoto. Per il «cumulo» avverbiale, cfr. anche Pfister, Lexik. Unters., p. 129 (a proposito della forma senz mentenent).
   Vedi ora L. Lindvall, ‘Sempres’, ‘lues’, ‘tost’, ‘viste’ et leurs synonymes. Étude lexicographique d'un groupe de mots dans le français des XIIe-XIIIe siècles, Göteborg 1971 (Romanica Gothoburgensia, XIII): maintenant «aussitôt» è dei secoli 12º e 13º, in seguito è sostituito da tantost.

53. La lezione di C (que li·n fara dir veritat) elimina la rima del 5º verso della cobla con i primi tre, che invece gli altri mss. qui portano (quindi: C: aaabxb; altri: aabab); secondo il Frank, si tratterebbe di intervento regolarizzante, dato che C conserva lo schema per tutto il componimento, mentre gli altri alternano i due schemi. Vedi la nota metrica.

54. de re·nz ment: ·nz è pronome personale atono enclitico, obliquo, della 1° pers. plur.; cfr., per la costruzione del verbo, SFides 293 si mot m'en mentz; 152, 161, 162, 164.

de re: può essere espressione di «übertriebener Verkleinerung» (cfr, G. Dreyling, Die Ausdrucksweise der übertriebenen Verkleinerung im französischen Karlsepos, Marburg 1880 [Ausg. und Abhandl., ed. Stengel, LXXXII]), cioè un rafforzativo negativo: «(se ci mente) sia pure in minima parte». Potrebbe però anche trattarsi del consueto complemento di argomento: «in qualcosa».

55. l'enoios: è anche termine tecnico degli enuegs: cfr. MMont, in Appel, Chrest., 43, v. 10-11: e tenc dona per enoiosa / que es paubra et orgoillosa.

56. guinhos: «mustacchi»; cfr. l’ensenhamen di ArnGuilMars, v. 47: ni portes loncs guinhos. Per la lezione di C (grans ac los pels, fers los guinhos), cfr. VidaSHon (in LR II 518): tiran lur pels e lur grenons (ma lì è formula epica, esprimente —nell’atto di tormentarsi la barba— incertezza dolorosa).

59. la valor: l’Appel preferisce la lezione l'amor, mentre lo Jeanroy reca la valor(s); amor sarà da interpretare come «desiderio amoroso» (o forse «potenza amorosa»); per valor, si può addurre l'iterazione sinonimica valor/ardiment. Il testo è comunque incerto: secondo il Frank, la lezione mas amors di C sarebbe un ennesimo «modernizzamento» del copista. Si veda anche JR III 11 e mias sion tals amors (in rima con pastors; mss. Ce) - Cfr. Nota linguistica, § 25.

62. per lor grat; identico a a lor grat, SW IV 171, 3 e 11: «al piacer loro». C esplica: a lur voluntat.

63. lo chat: ai vv. 51 e 68, V reca rispettivamente gat e quat; si parifica anche là in chat.

detras: detros di V è errore del copista, dato che si ha sempre detras (LR V 80 e 407; SW II 186, 1; GRouss., gloss.); forse italianissimo.

64. mal e felon: iterazione sinonimica (non completa); felon = «infido, traditore» (cfr. XI 16 e nota). Anche nel Boeci 20-21 si ha sinonimia di ome fello e mal home (cfr. Schwarze, Apr. Boeci, p. 39).

65. la una·l tira: la lezione di V è sorretta dai versi 19 (la una·m diz) e 37 (la una·m pres); il plurale tiren (N1N2) consona con la lezione escorgeron di C. Al v. 78 si ha di nuovo, in V, tira·l gat, il che potrebbe quindi dar luogo a una concatenazione capcaudata fra le coblas 11 e 12.

costat: «il fianco».

67-68. Il testo sembra corrotto. C, al solito, risolve intelligentemente, evitando di ripetere de mantenen (52) e riferendosi all’alternanza delle protagoniste (v. nota 31). La integrazione [de] mantenen è la più semplice.

escoisen: due le possibilità d'interpretazione: el escoisen «quello (il gatto) graffia» (cfr. Donat 1299: escoissendre = per conum scindere vel panos si[n]dere; e nota ed. a p. 290); oppure e·l escoisen, in iterazione sinonimica con tira (escoisiendre «gewaltsam wegnehmen», «arracher»; cfr. LR III 152).

69. mais de cen: iperbolico, come mais de dos 44, ueit jorn et ancar 77, cent et quatre-vinz el ueit vez 80. Cfr. anche I 21.
 
71. mogra: condizionale II di mover: «(mi) sarei mosso».
 
ges enguers: secondo lo Jeanroy, gloss., enguers è un arcaismo significante «encore» (rinvia a enguera, Ev. de S. Jean, in Bartsch, Chrest. 4, 10, 33). La lezione degli altri mss. riposerebbe allora su incomprensione del testo (N1N2 non parleria ges; C, altro testo; mentre V enouers, o enguers?). L'Appel, Chr., gloss., si mostra però scettico: «enguers? (duch Methatesis aus engres?)... auch en guers scheint nicht befriedigenden Sinn zu geben, vgl. auch gers… Mistral führt unter gerdo ‘alarme, peur’... ein roman. gert, gertz an...». Engres, da parte sua, significa, sempre secondo l’Appel, «heftig, leidenschaftlich (im Zorn)»; cfr. anche Appel, Lautlehre, p. 59, § 45.
   Come indica il Pfister, Lexik. Unter., p. 36 e p. 404 ss., ha ragione lo Jeanroy (la cui opinione del resto già compariva nella Lautlehre dell'Appel, cit., ma non per questo passo specifico): queste forme sonorizzate (enguers, enguera) sono dialettali e compaiono solo in dialetti dell’Ovest (limos., prov.).
 
73. sor: cfr. 31, 49, 75. Possibile, come s'è visto, anche la lettura so dis (così allora anche al v. 31).
 
74. es conoissen: «è chiaro»: difficilior rispetto a lo conoissem di N1N2, Cfr. Appel, Chrest., gloss. (conoissen = «kenntlich»); SW I 327, 10, che rinvia a Tobler, Verm. Beiträge, pp. 35-36. Lo Schultz-Gora, § 187, p. 126, traduce ben es conoissen con «es ist deutlich kenntlich».
 
75-76. Anche il Riquer pone questi versi in bocca all’altra donna, mentre per l'Appel e per lo Jeanroy prosegue il discorso di Agnes. La stessa distribuzione si ha anche alla cobla 6.
 
apaireillem: dà pseudo-assonanza (ma, per le ragioni esposte alla nota 33 [s.v. alberguem], si ha rima) coi vv. 73-74, come appunto nella cobla 6.
 
bainhe... sojorn: cfr. PV XXXIV 57 ar ai conquist sojorn e banch, e nota p. 280, da cui risulta il senso di «diletto» dell’espressione. Anche in LR II 178 si ha: bainh «fig.: purification, delices».
 
78. az aquel torn: lo Jeanroy, che legge en aquel forn, nella nota a p. 34 dichiara: «Test et seny très hypothétiques: je prends forn au sens de 'poële, chambre chauffée'; voir Godefroy, s.v. fornel, et mes Origines de la p. lyr., p. 506, I. 3 du bas.». La lezione forn, come s'è osservato alla nota 41, potrebbe inserirsi in tutta una serie semantica collegata con il doppio senso «calore»; v. anche nota 38. Per la conservazione del testo torn di V, vale il significato attestato di «Umkreis» (SW VIII 287, 8), quindi az aquel torn = «in quella cerchia». I mss. N1N2 leggono socorn (con grafia c per la assibilata: «soggiorno»?), oppure sotorn: quasi sicuramente per attrazione di sojorn 76, come mostra anche l’ipermetria.
 
79. las: la correzione della lezione la di tutti i mss. (VN) si impone, nello spirito ostentativo del componimento (anche l’Appel e lo Jeanroy correggono).
 
com auziretz: solita parabasi (cfr. 25, 39, 44, 83).
 
80. La cifra «188» non sembra avere un significato particolare.
 
81 s.: coretz, arnes: metafora già notata in II 16. Per coretz, cfr. anche III 1 e nota; per arnes, cfr. Appel Lautlehre, § 15, p. 17 e Pfister, Lexik. Unters., pp. 259-260, che indicano come si tratti di un prestito dal Nord (Pfister: «Diese allgemeine Bedeutung und auch der Wortausgang -es weisen auf sehr frühe Ubernahme hin. Der spezielle a.
fr. Kriegsausdruck drang im 12. Jahrh. ebenfalls ins Altprovenzalische… »).
 
83. malavegz: cfr. II 20 (per malavei) e nota. Per l'etimo di malaveg, cfr. Roncaglia, CN XIII, 1953, 33 e Thomas Ro 37, 1908, 306-308; *MALABIDIUM, *-BITIUM, da MALE HABERE.
 
85-86. Questa coda («Nachklangtornada», secondo Ia terminologia dell'Appel, ed. BV, p. cviii ss.) si trova solo in V, mentre N1N2 chiudono con il v. 84. C porta ancora una cobla, accettata dal Riquer, contro l’Appel e lo Jeanroy, che invece stampano la «coda». Si potrebbe leggere, con V: e·us sai dir, in contrasto con 83 e no·us puesc dir (cfr. anche II, finale): ma allora si ha ipometria.
 
 

Notes a la versió del manuscrit C

1-6. Per questa cobla, cfr. la cobla 3 dell'edizione.
5. Cfr. nota 17 dell'edizione.
7-12. Le rime sono formate su quelle della cobla 3 dell'edizione (-i, -art, -en).
7. Cfr. v. 25 dell'edizione.
8. Cfr. v. 27 ed.
9. Cfr. v. 19 ed.
10-12. Cfr. vv. 29-30 ed. e la nota relativa.
13-18. Cfr. la cobla 6 dell'edizione.
15. Cfr. la nota 33 dell'edizione.
17. Cfr. la nota 35 dell’edizione.
19-24. Cfr. la cobla 7 dell'edizione. .
20-21. I due versi sono scambiati rispetto a quelli corrispondenti dell’ed.
25. Cfr. la cobla 8 dell'edizione, dal v. 43.
26. Cfr. v. 47 dell'edizione.
27, Questo verso è rifatto sul v. 42 dell'edizione; sostituisce il v. 44.
28. Cfr. v. 48 ed.
29. Cfr. v. 45 ed.
30. Cfr. v. 46 ed.
31.36. Cfr. cobla 9 dell'edizione.
34. Cfr. nota 52 ed.
35. Cfr. nota 53 ed.
37-42. Cfr. la cobla 10 dell'edizione, dal v. 55.
38. Cfr. v. 56 ed.
39. Il verso è completamente rifatto dal ms.
40.42. Cfr. i vv. 58-60 ed.
43-48. Cfr. la cobla 11 dell'edizione.
44. Cfr. nota 62 ed.
47. Cfr. nota 65 ed.; manca lo schema metrico aaabab, come qui sopra ai vv. 31.36.
49.54. Cfr. la cobla 12 dell'edizione.
49. Cfr. nota 67-68 ed.
53. Cfr. nota 71 ed.; C corregge (coc me: «mi bruciò»?).
54. Per mogui, cfr. ed. 71 (mogra).
55-60. La cobla è ricostruita da C; per il primo verso, cfr. il v. 72 ed.; anche le rime sono prese altrove (v. Metrica).
61-66. Cfr. la cobla 14 dell'edizione,
66. Il ms. esplicita il v. 84 dell'edizione.
67-72. Questa cobla, accolta dal Riquer, è solo in C. Traduzione: «Monet (un giullare), tu andrai per me domattina, portando il mio vers nella bolgetta, direttamente dalla moglie di Messer Guarino e da quella di Messer Bernardo: e di' loro che, per amor mio, uccidano il gatto!».

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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