1 ss. Per il concetto, cfr. per es. GirCal VII 5-7 per que sapchon li pluzor / qu'ieu no vey bon trobador / qu'ab mi no pogues apendre (ed. Jongl. et troub. gascons, p. 61); SFides 23-26 tota Basconn' et Aragons / e l'encontrada delz Gascons / sabon quals es aqist canczons / e ss'es ben vera sta razons. V. anche Roncaglia, CN XVII, 1957, 27; M. Dumitrescu, CCM 11, 1968, 401, che richiama le formule dei documenti (notum sit...).
— ben vueill que sapchon: così anche tutti gli editori; la lectio singularis di D (ar vuelh que auzon) merita interesse per il collegamento logico auzon/verset (D 2).
— li pluzor: cfr. XI 15 (tuit li plusor).
2. La lezione d'est (d'un) vers si es de b.c. (C) è difficilior rispetto a un verset de b.c. di D (cfr. però la nota precedente: D legge auzon... verset). Cfr. anche SFides 25 s., cit. sopra: sabon... ss’es ben vera sta razons.
— de bona colors: cfr. Scheludko, Beiträge, pp. 7-8 dell’estratto: « Wilhelm denkt ohne Zweifel an den ‘color rhetoricus' und die parallele Erwähnung des Wortes ‘flor’ ist durch die Verbindung hervorgerufen, die schon im 11. Jhr. in den rhetorischen Traktaten zwischen den ‘flores' und ‘colores rhetorici’ bestand...», La seconda asserzione è dubbia: è più facile che si tratti, come altrove, di accostamento suggerito dalla rima (cfr. XI 20 e nota): anche in SFides 477-478 flors assona con color: cist l'en trameiton aitals flors / qu'en cel es bella lur color (si allude qui ai flores Martyrum dell'inno dei SS. Innocenti, come ricorda la nota storica, vol. II, p. 153). Per la prima parte della citazione dello Scheludko, valga ad es. PAlv XII 1-2 cantarai d'aquestz trobadors / que canton de maintas colors («in molti modi»).
3. trait: lo Jeanroy corregge in trag, ma sembra inutile, tanto più che -CT > -it è evoluzione presente anche nel Sud-Ovest (cfr. Gorlich §§ 101 e 149: un solo es. di fach, sempre fait).
— bon obrador: la lezione di E, contro mon obrador degli altri ms., oltre ad essere difficilior, può esser considerata replicatio di bona color; tanto più che la cobla contiene già il poliptoto trait / traire 6.
— obrador: è qui «atelier» (Jeanroy), non «laboratorio » (Casella); cfr. ADan X 28 e nota p. 280; ibid., p. 277, per altri esempi della metafora del poeta-artigiano.
4. mester (per la forma linguistica, cfr. nota 48): ritorna ai vv. 23 e 39. Il campo semantico è lo stesso di obrador, maistre certa (36), ecc. La lezione aquest mester di D, benchè variante indifferente, può appoggiarsi a 39 qu'ieu soi d'aquest mester.
— port... la flor: SW III 509, 7: «den Preis davontragen»: cfr per es. ROr XXXVI 38 de malastre port la flor («I win the prize in misfortune»).
5. et es vertatz: formula di sentenza; v. ess. in Cnyrim p. 7 e nº 761, nº 877.
6. trair lo vers auctor: la lezione di CE è perfettamente accettabile (Jeanroy: traire·l vers auctor): per tráir = traire, v. Schultz-Gora § 144 e SW! VIII 358; per lo vers, cfr. IV 37 fag ai lo vers. Trair... auctor significa «prendere a testimonio». Per autor «testimonio», cfr. gli ess. in Pfister, VRom 18, 1959, p. 285, nº 124. L'impiego della formula, in origine collegata con la cerimonia del giuramento e con situazionl giudiziarie, è di solito per pretesti meno mondani: SFides 401 autor vos en trag saint Daunis (cfr. nota con ess.). In JR però: e puesc vos en traire auctor / la nueyt quant ieu fuy assalhitz (IV 38-39).
7. lasatz: cfr. 54 non er laisatz (ma in altro significato). lasar significa qui «allacciare», nel senso di «conchiudere» un componimento; cfr. Marc IX 3 (ed. Roncaglia, CN XVII, 1957) sap la razon e·l vers lassar e faire «allacciare e comporre»; razo di ADan XXIX 2 ( in Boutière-Schutz, Biographies, 22 ed., p. 62, 4) e·N Arnaut, de fasti que n'ac, non ac poder que lasses un mot ab autre (il passo è l'unico es. a cui rinvia il glossario di termini tecnici della poesia in Boutiére-Schutz, 2ª ed.). Assai pertinente la traduzione che L.T. Topsfield, Mélanges Boutière, p. 570, dà per questo passo: lasatz «disposed in an ordenly progression and bound up» (diversamente da entrebescatz «wowen together into the texture of the stanza»).
8. Cfr. I 2 e nota; Marc XXX 23 ben conosc sen e folia.
9. anta... honor: honor assume il suo senso morale dalla contrapposizione; invece in XI 14 è giuridico-economico.
10. ai ardiment e paor: è di solito un topos (effetti contraddittori dell'amore): cír. gli es. dati dall'Hilka nella sua edizione del Florimont, p. cxxi, nº 10; e inoltre BV, ed. Appel, p. Ixxxviii; RBerb, ed. Braccini, p. 87.
11. portetz un joc: l’espressione si è specializzata nel jeuparti (prov. partimen): cfr. Jeanroy, Poésie lyrique, II, 259 ss.; id., Origines, 47 n. 1, e 518-9 (contro il riferimento del passo al genere letterario); P. Remy, in Mél. Delbouille, II, 545-561; Roncaglia, Tenzone, p. 223 s. Di questo passo tratta specificamente S. Neumeister, Das Spiel mit der höfischen Liebe, München 1969, pp. 82-83, come prima testimonianza della esistenza del gioco di società detto joc d'amor o joc partit nella Francia meridionale (i primi partimen sono però posteriori di circa 50 anni alla morte di Guglielmo IX). Secondo il Neumeister, joc d'amor non è qui metaforico, bensì proprio (la metafora del gioco compare solo verso la fine del componimento): «Wilhelm IX behauptet hier, in einem Gesellschafts-Liebesspiel, das ihm von anderen angetragen wird (si·m portetz), unter den ihm (nicht ohne Hinterlist) angebotenen schlechten Mölichkeiten (d'entre·ls malvatz) eines joc partit —und nur auf dies paßt der Vorgang— die beste herausfinden zu können (triar lo melhor)» (p. 83).
— joc: cfr, 30 e 45; la forma non dittongata (C: iuec) è preferibile; cfr. Görlich § 37: «auf dem eigentlich poitevinischen Gebiete werden die Formen mit undiphtongierten ǫ begünstigt».
12. fatz: da FATUUS, cfr. LR III 283 (con questo passo). Vedi anche Pfister, Lexik. Unters., pp. 465-466: Donat 1872.
13. Per la mancanza del que dopo tan, cfr. per es. SFides I, pp. 187-190 e Meyer-Lübke III, § 536: è un fenomeno di sintassi arcaica (cfr. anche Avalle, Monumenti, p. 153, n. 22).
— triar lo meillor... : l’immagine della scelta è frequente: cfr. la poesia Tu autem (ed. Thomas, Sponsus, p. 194), 6: quan triaras los mals d'entre los bos (che indica l'origine escatologica); Guglielmo, IX 47; Marc XIX 11 triar lo frait de l’entier (matematica?); XLIV 61; XVIII 32 (Amors) del mel triet la cera (dove compare l'impiego pragmatico, pure in metafora); BV XL 27; GBorn gloss. s.v. triar; BBorn XXXVII 20 Ieu podon triar la melhor (donna). Il saber triar sembra topico, come denota l’allusione di GBorn XLVIII 31 s. per qu'eu d'ome sotil / que sap so melhs triar / no·m met a chastiar.
— lo meillor: non è la forma sostantivata (= lo melhs; cfr. GBorn XLVII 31, cit. sopra), ma si riferisce presumibilmente, come aggettivo comparativo (superlativo relativo) a joc d'amor.
15. La cobla è probabilmente corrotta nella sua tradizione. Cfr. I tentativi di regolarizzazione di C e di E, e la solita lezione singolare di D (parzialmente accettata dagli editori: v. nota 18). Un parallelismo interno farebbe propendere per la partizione 15-16 / 17-19 / 20-21; gli editori, che dividono altrimenti (lo Jeanroy dà solo una partizione con virgole, il cui senso è: 15-16/17/18-21), si basano probabilmente su un parallelismo con la cobla precedente (11 e si·m partetz CDEN1N2, 18 e si·l pro s'azauton, D).
15-16. La lezione di D (ben conosc qui mal me di / e qui ben me di atressi; ipometria al v. 15) è coerente con la struttura parallela dei vv. 8-9; inoltre essa evita la banalità conosc ben / be·m di. L'opposizione ben/mal è frequentissima nel tipo devinalh: ctr. GBorn LIII 10 e volh mal celui que·m vol be; Appel, Chrest. 42, 2 e vuelh mi mal e am autrui.
— be·m di: cfr. VII 7; Appel, Chrest. gloss. s.v. dir ben: «Lobendes sagen» (Casella: «mi parla con bontà» è troppo vago).
16. vol mal: lo Jeanroy, che legge così, reca però la traduzione «m'en dit de mauvaises (paroles)». La lezione mal me di (D) potrebbe essere riferita anche, specificamente, a istituzioni poetiche, e precisamente alla funzione del sirventes; cfr. Leys I, 340 (ed. Gatien-Arnoult) deu tractar de reprehensio o de mal general per castiar los fols e los malvatz; Pons Barba, in LR V 127 sirventes non es leials / s'om no i ausa dir los mals / dels menors e dels comunals / e majorment dels majorals. Cfr. anche l'accenno al joc d'amor nella cobla precedente.
17-19. Leggendo i tre versi assieme, ci si attenderebbe a tutta prima un'opposizione fra celui que'm ri e sels qui s'asauton de mi, in corrispondenza con l'opposizione be·m di/vol mal dei vv. 15-16: invece ri è segno di benevolenza (rire a = «zulachen», SW VII 353, 1) e s'azauton è verbo che ricorre nei plazer (cfr. III 5 e nota; gloss. Jeanroy: azautar (se) «se plaire»). La sostanziale iterazione può però collegarsi al finale della cobla, che esprime appunto la convenzione sociale di ricambiare le attenzioni del prossimo.
— sels que s'azauton: gli altri edd. accettano qui la lezione di D, si·l pro s'azauton; Jeanroy: «si les bons se plaisent en ma société...», con pro agg. sostantivato nom. pl, (cfr. SW VI 566).
— conosc assatz: questo verso, oltre che come reggente il precedente (e / conosc assatz / sels que s'auzauton de mi: all interno di uno schema di chiasma dei vv. 17-19; conosc be / celui que... // e sels que ... / conosc assatz), potrebbe essere inteso come reggente i due successivi (conosc assatz: / atressi dei...; lezione di E), nel qual caso oggetto del v. 18 andrebbe a dipendere dal conosc be del v. 17, in coordinazione con celui que·m ri.
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