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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,001- Guilhem de Peitieu

1. temps novel: sintagma d’uso frequente negli esordi stagionali (cfr. Marc I 12 dous termini novel), con numerose varianti: doz temps floritz Marc XXXIX 2; douz temps suau BV XIII 2. La formula iniziale di questo componimento può essere anche ripresa nel suo complesso: cfr. Guilhelm de Autpolh, in Appel, Prov. Inedita p. 122, v. 2 per la doussor del temps novelh; Daude de Pradas I 1 Ab la douz temps que renovella.
   Secondo lo Scheludko, Rel. Elemente p. 410 s., tutta la cobla va confrontata con il passo Cant, II 11: Jam enim hiems transit, imber abit et recessit, flores apparuerunt in terra nostra, vox turturis audita est... ficus protulit grossos suos… surge, amica mea, et veni. Nella lirica mediolatina, invece, l’esordio di tipo stagionale è raro (cfr. Dronke, Medieval Latin, II 390, con un solo esempio).

3. chanton chascus: allitterazione; inoltre, chanton è in figura etimologica con chan 4.

en lor lati: cfr. XI 24 e la varia lectio. Al v. 25, qui, la lezione di N1N2 potrebbe essere attirata da questo verso. Lati per il linguaggio degli uccelli è frequente negli esordi stagionali; cfr. Cerc I 3 e l'auzelh chanjan lor latis (varia lectio: CRa chanton, D chanta en, IK chantan en, L chanjan); Marc XII bis, 1-3 bel m'es can s'esclarzis l'onda / e qecs auzels pel jardin / s'esjauzis segon son latin; ADan XH 3 aug dels auzels qu'en lur latin fant precs (e nota, che dà esempi posteriori, del Cavalcanti e del Poliziano); Amanieu de la Broqueira (in Jongl. et troub. gascons, p. 22), I 3-5 e li auzelet, dui e dui, / en lur lati, segon ques es, / fan retendir la calmeilla; Cnyrim n° 963, nº 964,
   Come mi indica il Roncaglia, questa espressione si trova in Italia già prima del Cavalcanti, per es. in Percivalle Doria, Come lo giorno, vv. 3-4 per che gli uccelli fanno 'n lor latino / cantare fino e in Rinaldo d'Aquino, Oramai quando flore, vv. 3.4 li ausei fanno isbaldore / dentro da la fredura / cantando in lor manera (cfr. qui al v. 4: segon lo vers de novel chan). - Si veda anche B. Müller, Zum Fortleben von LATINUM und seinen Verwandten in der Romania, in ZRPh LXXIX, 1963, pp. 38-73.

lati: la forma con -n mobile può rimare con -i (Appel, Lautlehre, § 55 c).

chascus/lor: la concordanza vorrebbe son lati; ma deviazioni sono possibili; cfr. il caso reciproco in Schultz-Gora § 179: «Das Pronomen der 3. Ps. im Sing. kann sich auf eine Mehrheit von Besitzern beziehen: Li Genoes lo meneron pres en sa terra '... in ihr Land'».

4. lo vers del novel chan: la lezione laven di a1 499 è spiegabile paleograficamente; lo temps di a1 463 richiama forse temps novel del verso 1. Il significato di vers, se si esclude —come pare il caso— il termine della tecnica poetica (I 1, VII 37), è incerto: lo Jeanroy dà «les strophes d'un chant nouveau», il Riquer «Ia poesía del nuevo canto», aggiungend in nota la traduzione «verso, melodia, ritmo»; nel SW VIII 685, 1, il passo è posto dubitativamente sotto il significato «Verzeile (eines Gedichtes)»; lo Scheludko, Rel. Elemente p. 411, reca: «[Gli uccelli cantano] en lor lati (jeder in seinem 'Latein’) segon lo vers del novel chan (nach dem ‘Versus’ (des Kirchengesanges] aus dem ‘Neuen Gesang')». Il più convincente è l’Appel, Chrest., gloss., che riferisce il passo —come unico esempio (altrimenti «Diehtungsart, Vers»)— al significaïo «Versart»: quindi si tradurrà: «i modi».

3: et contabant quasi canticum novum ante sedem. Anche — novel chan: lo Scheludko, art. cit., rinvia ad Apoc. XIV nella poesia limosina In hoc anni circulo (ed. Thomas, Sponsus, appendice), v. 7, si ha un’espressione analoga: so noel (dove la ‘novità’ si contrappone al jazel profano, che va rigettato; cfr. A. Roncaglia. Laisat estar lo gazel, in CN IX, 1949, 67-99, specialmente 74 ss.).

5. s'aisi: «si avvicini», «si abbandoni»: cfr. IX 2 e nota. Lo stesso movimento che appare qui («poiché è primavera, bisogna dirigersi là dove si ha maggior gioia») si ha anche nell’esordio della canzone VII.

6. zo don hom a plus talan: è, come in I 6, l'amore/donna amata. - La grafia zo per so, ço compare di preferenza in documenti pittavini (Görlich § 140); alternanza dei manoscritti con acho è comunque indifferente. - La lezione dont a major talan di a1 462 evita di ripetere om (om s'aisi /om a plus talan).

7. lai: indica mediatamente la persona; cfr. Bertoni, Trov. d'Italia, p. 495, nota a IV 32 (RBuval). - V. anche IV 41 e nota.

m'es bon e bel: cfr. V 39; esser bon, esser bel (dove gli aggettivi sono dei neutri indeclinabili: cfr. Literaturblatt VII, 1886, 458; nonchè Diez, Gramm. III3 8) significano in generale «piacere, far piacere»: cfr. SFides 100, 313 (e note) m'es belz («mi piace →amo»), riferito a Dio; 555 es bon. Vedi poi LR II 206, SW I 137 e 154: e, per tutti, il gloss. dell’ed. Stimming di BBorn, s.v. esser (spec. XXVIII 41-42). La forma rinforzata, come qui, è più rara: oltre a V 39 (dove esprime piacere fisico), se ne ha un esempio in BBorn XXXIII 5, ms. C (gli altri manoscritti e l’editore leggono m'es bel).

8. non vei: sagel, accusativo imposto dalla rima, impone questa lezione; quella di N (no·m ve) risponderebbe certo meglio alla concezione «locativa» dell'amore (de lai...nom ve); cf. a sostegno i tre passi cit. in LR 1V 223 (PVid: mout mi venon soven li messatgier; GBez un messatgier, que me , venc l'autra dia; AMar mon cor, qu'es lai vostr'ostaliers / m'en ven de vos sai messatgiers), nonchè GBorn LXXVI 20-24 mas eram desconortarai, / car no-us veirai / ni ja mais no-m venran de lai / salutz ni cortes messatgers, / don jois me sol venir enters. Si tratta, in fin dei conti, di un topos (legato spesso alla tornada, ma anche in posizione esordiale, o introducente un nuovo segmento strutturale).

mesager ni sagel: il SW VII 416, 2, cita, oltre a questo passo, anche un passo di Flamenca: enviu / messages, letras e sagels. Si tratta di sintagma d'origine probabilmente cancelleresca. - Sul campo semantico «messo, inviato, messaggero» in a. fr., cfr. le interessanti osservazioni di Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 146 ss. (coesistenza di mes, message, messagier e pluralità semantica di message, che indica anche «messaggio», come in Flamenca).

9. mos cors: così leggono tutti gli editori (con le due versioni di a1): ma lo Jeanroy traduce «mon coeur» (che: può anche dare (mos) cor, cfr. Schultz-Gora § 101, p. 66: «cor oft im Nom. Sing. flexionslos»; idem Appel, Chrest., p. vii, nota 1); mentre il Riquer e il Roncaglia, 2 poesie, glossario, interpretano come «io», cioè «mi cuerpo» (cfr. anche Appel, Chrest., gloss. s.v. cors, corps). La traduzione dello Jeanroy mi pare più adeguata, visto che anche N reca cor (ma mon cor, obliquo, probabilmente correggendo un mos [cor] dal punto di vista della stretta declinazione bicasuale: cfr. Schultz-Gora, sopra citato). Inoltre tale lettura —difficilior— ha anche l'appoggio di testi biblici (Cant. V 2 ego dormio et cor meum vigilat: citato dallo Scheludko, Rel. Elemente, p. 411; ma la situazione è qui diversa); cfr. anche JR VI 9-12 que·l cor joi d'autr'amor non ha / mas de cela qu'ieu anc no vi, / ni per nuill joi aitan no ri, / e no sai quals bes m'en venra (dove la vicinanza a Guglielmo è innegabile) e ROr XXXV 30 que·l cor mi ri neis en dormen (Pattison: «for my heart laughs even while sleeping»; il verso è in una cobla basata su poliptoti di rire). Nella stessa canzone di ROr, vi sono altri richiami a Guglielmo; v. 22 d'Amor mi dei ja ben lauzar, in apertura di cobla, come in VII 7. - V. anche IX 14, nota.

10. traire adenan: è difficilior nella forma, rispetto a trair(e) enan (cfr. SW II 412 e RVaq VIII 32, dove l'editore preferisce trair'enan al traire ad enan di Appel, Chrest., nº 27, v. 35); anche l'impiego riflessivo è raro, dato che di solito traire enan significa «fördern» (SW cit.); un esempio riflessivo in PRog VI 18 qu'aissi·m suy sauputz trair'enan, dove però altri manoscritti leggono fair’enan (con uguale significato di «farsi avanti»).

11. sacha: a1 scrive sapcha; ma secondo il Görlich, § 114, la conservazione della p preconsonantica, che nel Nord cade, è nel Sud-Ovest grafia dotta o provenzaleggiante; cfr. anche Appel, Chrest. p. xxxiv, che dà questo passo come unica forma alternativa a quelle con -pch-. Va però notato che altrove i manoscritti di Guglielmo leggono sempre sapcha (VI 13, VII 33) e forme analoghe (sapchatz V 44, sapchon VI 1). 

— de la fi: è la lezione di a1 463; N ben de fi, a1 499 ben la fi; le lezioni hanno imbarazzato, per riflesso dell’imbarazzo dei copisti, gli editori: il Bartsch legge ben e de fi, seguito dall’Appel (Chrest.), che vuole ovviare all’ipometria di N2. Il ms. a1 499 non è ipermetro, come fa apparire la lettura que ieu dello Jeanroy (apparato), perchè qieu non porta alcun titulus sulla q: si tratta della lineetta di una p = per del rigo sovrastante): ma sacha la fi non dà senso soddisfacente. Leggendo sacha de fi («in definitiva»), il verso successivo andrebbe rifetito, a distanza, alla dama (sacha... / s'el'es aissi...). L'interpretazione comune de la fi vede in fi un sostantivo significante «paix» (Jeanroy) o «resultado» (Riquer), in rima equivoca o identica (Jeanroy) con il fi del v. 20. Proporrei: fi = «accordo, contratto» (analogamente a 20), che è stato spedito (messatger) per essere controfirmato, in un plico sigillato: si tratterebbe cioè del (metaforico) contratio amoroso.

12. s'el(a): riferito a la fi; ma è anche possibile riferirlo alla dama (v. sopra). Leggendo s'el maschile, come suggerisce il s'il di a1 499 (forma del Sud-Ovest?: cfr Görlich § 133), ci si può riferire al mesager ni sagel del v, 8, come endiadi singolare (allora va letto sopra: ben e de fi). In tal caso, si potrebbe anche leggere, nell’el deman dello stesso a1 499, un e·l deman (per ie·l deman: cfr. Appel, Chrest. p. xiii: un esempio di e·l per ie·l), riferibile solo a un maschile singolare.

deman: semanticamente in prossimità dell’impiego tecnico-giuridico, anche se non aggressivo come in SW II 75, 6: «gerichilich klagen»: l'amante esige qui più «umilmente» (ma esige).

13. Per tutta la cobla, cfr. l'introduzione. Un eco del motivo è senz'altro in Dante: DC, Inf. II 127-129 quali i fioretti, dal notturno gelo / chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca / si drizzan tutti aperti in loro stelo / tal mi fec’io...

14. brancha: è la forma di a1 499, non riportata dall’apparaio dello Jeanroy. Cfr. Donat 3448 (branca = frondes) e nota ed., p. 336.

albespi: albrespi di a1 463 sarà per attrazione di albre. Il Pfister, VRom 18, 1959, p. 254, nº 47, dà —per la forma albespi— questo passo di Guglielmo e alcuni toponimi, osservando che «die ältesten prov, Belege stammen aus Ortsnamen» (el mas de l’Albespi, Rouerge, anno 1157 = Brunel, Chartes, 81, 7). La Schacht, pp. 234-235, riporta un toponimo pittavino ancor più antico (Albespin, anno 1122-1140; anche Lalbespi, anno 1162). - Il Donat 2529 traduce albespis con albor spinosa.

15. arbre: cfr. Pfister, art. cit., nº 92, p. 273: «Die typisch südfranz. Form im Gegensatz zum Nordfranz. ist albre; ... arbre kommt in Gebieten vor, die verschiedentlich nord-franz. Einfluss aufweisen»; dà esempi dei due tipi; per arbre, dal Sermon Limousin del XII secolo (ms. B, 30, 4) e da un documento avignonese del 1160.

sobre: l'alternanza sobre / sus en compare anche in IV 6 (vedi la nota corrispondente).

creman: oppure treman? La lezione è discussa. La prima edizione dello Jeanroy (AdM XVII, 1905) porta en treman, come pure Roncaglia, 25 poesie e Dispense (che legge, sulla base di a1 463, arbr’ e tremblan, con ‘e=en + gerundio ’ espressione della contemporaneità: v. Schultz-Gora § 187): l'edizione Jeanroy (1913 e 1927) dà invece tremblan. L'Appel, nella Chrest. e nella discussione del passo in SW VIII 426 (s.v. treman), respinge la forma treman (da un tremar non attestato in prov.) e legge entrenan (avv.) «zuvor» (es. in Chrest. 6, 27); non esclude però la possibiltà di un participio treman da tremèr pittavino (senza attestazioni).
   Il Görlich non fornisce elementi in proposito; cfr. anche SW VII 427 s.v. tremèr (GBorn XXXV 43, ms. C; l'ed. legge però temer).
   Sarà da leggere creman da cremar «ardere, bruciare» (per il gelo)? Cfr. il passo latino (Anselmo, P.L. 158, 705) addotto dallo Scheludko per l'immagine della cobla (Ovid, P. 139): Res huius mundi... sunt quasi flos agri, quem frigus et aura cremavit. Per cremar intransitivo, v. gli esempi in LR II 514, dove cremar è spesso in iterazione sinonimica con ardre (così pure in Marc XXXIV 31 estas putas ardens cremans: in cui il participio è aggettivale); anche l'a. fr. usler, ardre può essere sia transitivo, sia intransitivo (Stefenelli, Synonymenreichtum, p. 42).
   Di recente si è occupato di questo passo il Pfister (Lexik. Unters., p. 414, nota 31): egli riprende l’interpretazione dell'Appel (entrenan), ma legge un sintagma estar entrenan («résister (= rester debout)») e traduce il verso così: «tant que dure la nuit, elle résiste». La sua interpretazione si appoggia ad altri passi in cui entrenan è legato ad un verbo di quiete (estar, GRouss 2465, 9787: pausar, Vida SHon 591).

16. ploi’ e... gel: gli ostacoli esterni dell'amore sono spesso simbolizzati da intemperie: cfr. BV XXVII 3 (ploya ni ven), XLIV 5 (lo ven et...  la ploya); ROr X 10 (plueja ni gel). Nella chansoneta nueva, 1-2, la situazione è analoga: farai chansoneta nueva / ans que vent ni gel ni plueva: laddove le difficoltà sono «attive» e subíte dall’amante, per cui si esprimono in forme verbali.

17. tro... : su questa preposizione temporale, cfr. Pfister, Lexik. Unters., p. 712 (dove, agli esempi di GRousstro al mati, tro au journ clar ecc.— e ad altri passi, si avvicinerà anche questo di Guglielmo).

l’endeman: dà rima interna (che sembra casuale) con espan; così pure al v. 29 van / gaban.

sols: i mss. recano sol; la mancanza della -s flessionale si può giustificare per aplografia (solssespan), ma è anche tollerata dalla declinazione provenzale (cfr. Appel, Chrest., gloss., s.v. sol, che dà le due possibilità sols e sol); v. anche Pfister, Lexik. Unters., p. 690 (dove va aggiunto il rinvio a questo passo). Il ms. a1 499 separa sols espan (ma un espan deponenziale-riflessivo non è attestato né in LR III 164 né in SW III 243). Il fenomeno metereologico inverso a quello qui descritto si ha in un passo della Comtessa de Dia: com la nivol que s'espan / q'el solels en pert sa raia (cit. dal LR).

18. la fueilla: come già notato dall'Appel, Chrest., gloss. («Laub»), e ribadito dal Roncaglia, Dispense, si tratta di un singolare collettivo (cfr. pure Schultz-Gora § 170).

el ramel: locativo («sul ramoscello») e non e·l coordinato con fueilla (Riquer: «por las hojas verdes y el ramaje»).

19. enquer: cfr. Pfister, Lexik Unters., p. 407.

menbra: solo a1 463 porta membra, come legge lo Jeanroy. Ma cfr. Görlich § 73, secondo cui m e n —nel S-O— sono intercambiabili «am Silben- und Wortschluss»; es. menbres, Poit. VII 26 (ibid.) - Lo Stefenelli, Synonymenreichtum, p. 217, ricorda come in a. fr. membrer, di regola, indichi «nicht die einzelne Rückerinnerung, sondern duratives 'im Gedächtnis bewahren’, ‘an etwas denken’».

mati: richiama l'immagine dell’endeman (v. 17), con funzione analoga di indicare il momento risolutivo delle difficoltà incontrate dall'amore (freddo e pioggia notturni).

20. L'interpretazione accettata dà a fi il senso di «pace»; la Lejeune precisa però «[un mattino] où, après la guerre, nous fimes un pacte». Cfr. nota al v. 11 e Brumel, Chartes e Suppl., glossari, spec. 264, 8 e 9; 347, 6; 139, 6; 346, 8 e 11: il senso di «patto, accordo» si adatta anche alla situazione di una canzone di riconciliazione. Se invece si accetta la lezione feiron de guerra fi (a1) la situazione viene oggettivata («[gli avversari] cessarono di farci guerra») e guerra/fi assumono senso proprie (come in XI).
   Generico il richiamo dello Scheludko, ZFSL LIX, 1935, 411, alla «guerra d'amore» ovidiana (Ars Am. I 36); cfr. anche l'Hilka, ed, Florimont, p. cxvii, nº 2, che rinvia a Ovidio, Amores I 9, 1 (Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido) e dà numerosi esempi galloromanzi del motivo.

21. que·m: oppure anche que·n, con en enclitica impersonale.

donet un don: figura etimologica (cfr. VII 5), accusativo dell'oggetto interno (esempi galloromanzi e bibliografia dà G. Toja in CN XXIX, 1969, 73). Si noti l'allitterazione complicata del verso: que·m-don-ét-un-don-tan-gran.

tan gran: per ‘tan + aggettivo' senza valore comparativo, cfr. RBerb, ed. Varvaro, I 2 e nota (che rinvia a q. passo).

22. drudaria: secondo la Lejeune, significa «amicizia, amore, ma soprattutto fedeltà»; rinvia al Du Cange: «praestationis species quae dominorum vel judicum mulieribus exsolvebatur; pactum nutiale». V. anche Roncaglia, 25 poesie, gloss., s.v. drut, che rinvia al Donat (59, 27) «drutz .i. procus, qui intendit in dominabus». In Guglielmo il significato è ancora vicino a quello tecnico-feudale.

anel: per questo simbolo dell’investitura e, in secondo luogo, dell'amore concordato (pactum nutiale) —il cui comune denominatore è nella proclamazione e accettazione di «fedeltà»— si veda Wechssler, Frauendienst, p. 174, n. 63 e p. 179, n. 90, con rinvii bibligrafici ed esempi. Il dono dell’anello come pegno d'amore è quasi un topos: cfr. PV XXIII 26 e nota; GRouss 7804 ss. baille li ist anel qu'en te dirai, / que ele vos donet de cor verai; GBorn XII 27 bona dompna, lo vostr’aneus / qem detz, mi fai tant de socors. In ROr XX 52, Anel è senhal per la donna amata.
   La doppia simbolica dell’anello si ritrova anche nella lirica mediolatina contemporanea; cfr. il nº X dei «Love Verses» di Regensburg (inizio sec. XII; ed. Dronke, Med. Latin II 429): Analus in donis missus fit pignus amoris, / ergo de more fedus studeamus inire (il fedus Amoris è metafora erotica; cfr. qui I 25). - Vedi però la nota 24 (cit. Ourliac).

23. enquer me lais Dieus: se la lettura enquer «ancora» non fosse sorretta dalla forma alternativa anqar (ancar; ms. a1), —come al v. 19, che ha struttura parallela: enquer me menbra/enquer me lais—, si potrebbe anche pensare a: e·n quer (oppure: eu quer), me lais Dieus; oppure a enquer da enquerre, enquerir, nello stesso significato: «invoco che Dio mi lasei vivere tanto...» (per l'assenza del relativo que, cfr. Schultz-Gora § 191). - Cfr. Cerc. VIII 40-41 (per l'invocazione).

24. mas mans soz son mantel: si noti, come al v. 21, l’allitterazione plurima (mas, mans, mantel; soz, son).
   Il mantel è simbolo feudale di protezione, come l'anello è pegno di fedeltà (cfr. fra l'altro Bertoni, Riflessi, p. 165, nota 1); la Lejeune ricorda il culto della Vergine del Manicllo nel XIII secolo e il rito dell'adozione, già citati dal Bertoni; cfr. anche JR VI (apocr.) 19-22 non es reis ni emperaire / gaire / que l'ause·l mantel tochar / var (riferito all'amata). Però P. Ourliac, CCM VIII, 1965, 162, ammonisce giustamente: «L'anneau, par exemple, est tantôt donné par la dame et tantôt reçu par elle; et il s'en faut de beaucoup qu'il soit toujours une marque de dépendance. Rien n'indique que le manteau soit un signe de protection et qu'il faille voir une forme d'hommage dans les vers de Guillaume IX...»; e più oltre (p. 164): «Si le cérémonial courtois s'inspire des rites féodaux, l'interprétation demeure... assez libre et l'interprétation des gestes ou des formules doit toujours être prudente».
   Non è difatti da escludere che si abbia un accenno erotico, che traspare anche altrove (doppio senso dunque?): cfr., oltre a V 37 e nota, anche BMarti VII 34-35 si desotz son mantel vayre / josta son belh cors m'aiziu e particolarmente ADan XII 21-24, in cui compare la funzione di protezione del segreto amoroso contro i maldicenti (qui accennata nella cobla seguente): lo jorn qez ieu e midons nos baisem / e·m fetz escut de son bel mantel endi / que lausengier fals, lenga de colobra, / non o visson, don tan mals motz escampa.
   Anche il Roncaglia, che in Pagine, p. 274, era di avviso contrario, mi preannuncia un articolo sul significato erotico dell'immagine, indicando in particolare più passi affini in Beroul, 3480-81 (Ja nen embraz soz le mantel / bele dame desoz cortine); SAgnes, 337-338 (e mena la mi al bordell / e fai lo li soz so mantel); Escoufle 8036-37 (Bien sachiez qua ma mains ne s'ose / muchier sous son bliaut de Sire). - Si ricordi anche il tauler di VI 55.

25. estraing lati: il Bézzola (trad. «latin barbare») vede in questo verso una polemica contro Robert d’Albrissel e la sua predicazione. Ma lati è semplicemente «linguaggio, discorso» (v. 3): cfr. R.M. Ruggieri, CN XII, 1952, p. 94, n. 22, che traduce: «Non mi curo di discorsi più o meno artificiosi». Si potrebbe però anche pensare a «discorsi di estranei», con riferimento oppositivo a mon Bon Vezi del verso seguente.

26. parta: questo congiuntivo oscilla fra il conativo («cerchi si separarmi») e il consecutivo-potenziale («possa riuscire a separarmi»).

Bon Vezi: da tutti gli editori inteso come senhal per la dama, laddove il maschile non è assolutamente d'ostacolo. Cfr., per esempi e rinvii, R. Menendez-Pidál, RFE XLIII, 1968, p. 228 e nota (secondo cui si tratta di abitudine letteraria araba; cfr. anche qui IX 21 e nota, per midons maschile) e ADan XVIII 38-39 e nota p. 383 (che rinvia a GBorn XXII 49, ecc.). Si ricordi inoltre che vezi, come termine tecnico del diritto feudale (Lejeune p. 231: «mon noble ‘concitoyen`») si oppone ad estranh anche in VII 27.

27. paraulas: nel senso di «paroles vaines» anche in GSDid XII 45 (v. nota).

28. s'espel: nel glossario dell’ed. Jeanroy, si ha «espelir (se) = se répandre?»; il Riquer traduce «se difunden»; l’Appel, Chrest., gloss., reca «espelir rifl.? = besagen»; il SW III 254, 2 dà «se espelir = besagen, bedeuten». Il Roncaglia, 25 poesie, glossario, fa riferimento a SAlexis 350 Eufemiiens vuelt saveir qued espelt e al Ritmo cassinese 3-4 de questa bita interpello / e·ddell'altra bene spello, e propone espelir (francico *spellon  lat. expellere; cfr. Thomas, Ro XLII, 1913, 399-401: G. Toja, CN XXIX, 1969, 58, secondo cui espelir può esser forma del Périgord; id., 82, che riporta s'espel a «esprimere, significare»).
   Il senso di tutto il verso sarà: «per un breve discorso che si dice», cioè «come dice un breve proverbio», dove s'espel è probabilmente un presente di consuetudine («che si suol dire»); il breu sermon è allora il detto proverbiale che segue.
   Di tutto il passo si occupa anche D. Woll, ASNS 117, 1966, 186-188, proponendo la lettura: «ich weiss nähmlich, wie es mit Worten ist / (und bin in Übereinstimmung) mit einer kurzen Redensart, die lautet (bzw.: die man zu zitieren pflegt): / ‘Mögen manche sich mit ihrer Liebe brüsten, / wir sind unserer Liebe völlig sicher’». Un poco macchinosa la soluzione del passaggio fra il v. 27 e il v. 28, dove basta riferire ab un breu sermon al sai precedente (sai... ab un breu sermon «so... per un breve detto»; con ab causale-circostanziale come al v. 1, cfr. Appel, Chrest., gloss., s.v. ab indicante «veranlassenden Umstand»). - Il Woll ricorda poi come il detto proverbiale del v. 30 si ritrovi anche nel portoghese moderno ter a faca e o queijo na mão.
   Secondo lo Scheludko, Ovid p. 134, questo passo va riferito alla dottrina del tacere amoroso (cfr. anche IX 39); egli cita Ars Am. II 603-608, dove, al precetto, segue un riferimento alla leggenda di Tantalo punito, che sarebbe il breu sermon a cui allude Guglielmo (ma vedi sopra).

29. tal; in espressioni sentenziose anche in Marc XXX 89 (tals bada en la peintura / qu'autre...) e BMarti VIII 43 (tals se fa... : cit. sotto), con analoga funzione strutturale,
— gaban: cfr. TII 6 e nota. Di joves homes . . . que van gaban parla anche Marc IV 21 (dove andrà modificata la punteggiatura dell’ed. Dejeanne). - Per anar + gerundio, cfr. nota
V 32.

30. n'avem: la lettura di a1 499 n'aven («spetta, tocca») è forse difficilior, ma nel pittavino l'opposizione fra m e n in fine di parola non è significante (cfr. V 33 e nota). Cfr. anche BV VI 59-60 eu n'aya tot lo pro / et el la bela razo, dove la situazione è analoga; e I’esempio sotto citato di Uc de Maensac.
la pess’ e·l coutel: cfr. PAlv XI 7 qu'ieu tenh l'us e·l pan e·l coutel (trad.: «tutto l'occorrente»); Uc de Maensac (in Cnyrim, nº 495) si vos n'aves joel / autre n'a la carn e la pel; e, per la situazione, Marc XXX 89-90, già cit. (tals bada en la peintura / qu'autre n'espera la mana); BMarti VIII 43-44 tals se fa coindes e parliers / e·m cuj' aver de s'amor ras (pure cit. sopra); BV VI 59-60 (idem).
   Lo Scheludko, Ovid, p. 134 s., vede in questi versi una trasposizione proverbiale di situazioni frequenti nella poesia ovidiana (per il v. 28, cfr. Ars Am. II 633-634 corpora si nequeunt, quae possunt, nomina tangunt. / Famaque non tacto corpore crimen habet; per il v. 29, cfr. id., 639-640 nos etiam veros parce profitemus amores, / tutaque sunt solida mystica furta fide). Come già spesso notato, il riferimento è però generico.
   Si ricordi infine che il coltello, nella simbologia onirica medievale, simboleggia il sesso maschile.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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