1. dreit nien: cfr. Schultz-Gora, ZRPh XLIV, 1924, 142 (= Vermischte Beiträge zum Altprovenzalischen, 5: bel nien), che interpreta « vollständiges, reines Nichts », rinviando a GBorn XXIV 33, XXXIX 56; cfr. anche AimPeg XI 57 tot so qu'om fai e'l segl' es dreitz niens. Cfr. anche qui, VII 18 e nota.
3 Cfr I 3 e nota. Eccessivamente libera l'interpretazione del Nelli, Érotique, p. 84: «né d'amore né d'allegria giovanile causata dall'amore carnale».
4. an: «altro », in rima semi-identica con 10 (au «altrimenti >») ed equivoca con 12 (au « alto »). La forma con vocalizzazione della -l preceduta da -a- è non solo pittavina (cfr. Schultz-Gora § 95, p. 61; Jeanroy p. X; Anglade, Langue, p. 194), ma anche di tutto il Sud-Ovest (cfr. Görlich §4, p. 20). Tale velarizzazione si trova poi anche in trovatori appartenenti ad altre aree linguistiche, è quindi divenuta patrimonio di una koiné letteraria (cfr. Avalle, Monumenti, pp. 9-13). Oltre che in RBerb III e in BBorn (XIX 2, 10, 18, 28, 34), compare anche in JR (III) e Marc (IV 33, 35, 38), nei quali si tratterà però di un guasconismo (cfr. Leys II 208); in RVaq I 19 (chivaus; qui v. 6); in BV (cfr. ed. Appel pp. cxxxii-cxxxiii): in GBorn (LXII), ecc. La vocalizzazione si ha poi anche nel GRouss. Si vedano i rinvii nelle varie edizioni, spec. in RBerb, ed. Braccini, p. 39; per il significato, v. pure Pfister, VRom 18, 1959, 255, che come primo esempio della formula de ren als cita ВV XII 7 («über nichts anderes »).
Per la situazione, oltre ai richiami dati negli studi del Del Monte, del Köhler, della Lawner, ecc. (v. commento, nota 1), almeno due passi, che indicano la diffusione vastissima del tema « meditazioni (anche amorose) durante un viaggio a cavallo », di cui si ha qui una variante (eventualmente parodistica): Brunetto Latini, Tesoretto, 2181 ss.: Alain Chartier, La Belle Dame sans mercy, ed. Piaget, p. 3: Nagaires, chevauchant, pensoie, / comme homme triste et doulereux, / au dueil on il fault que je soie / le plus dolent des amoreux.- Superfluo poi rinviare alle deambulazioni amorose del Petrarca (efr. per es. il sonetto 35 del Canzoniere). Altri esempi - non solo medievali - si trovano in F. Schalk, soMNIUM und verwandte Wörter in der romanischen Sprachen, nel volume Exempla romanischer Wortgeschichte, Frankfurt/Main 1966, pp. 295-337.
5 fo trobatz: la lezione di E viene accettata da tutti gli editori; il fuy trobatz di C richiama il v. 11 (CE qu'enaissi fui de nueitz fadatz), dato che anche là il verso seguente inizia con sobr(a). Trobatz significa « composto » (cfr. invece I 6): in tal senso, è l'unico esempio del glossario della Chrest. dell'Appel, e il primo in SW VIII 482, 12. Trobar vers, come faire motz, « si riferisce al momento della composizione poetica » (Roncaglia, Tenzone, р. 220).
— en durmen: per la non corrispondenza fra soggetto principale (il vers) e soggetto del gerundio (l'autore), cfr. BBorn XХII 17 е nota p. 269. Talora il gerundio ha addirittura senso avverbiale e può prendere la -s degli avverbi: cfr. Sch.-Gora p. 176, n. 2 (e§ 175), che cita dalla Lettera d'amore d'Amanieu de Sescas: aisi com baizar en dormens.
— sus un chivau: la forma di E (che l'Appel corregge in chevau) corrisponde più precisamente al pittavino: cfr. Görlich § 47 (per a > e > i) e § 99 (per il ch-; ma vedi anche ai § 2-3 della Nota linguistica), nonchè RVag I 19, dove compare un chivaus, che l'editore considera pittavinismo (ma il Pfister, VRom XXVII/1, 1968, 164, dice la forma comune all'antico francese, rinviando al FEW). La lezione sobre chevau di C, come s'è osservato sopra, potrebbe essere dettata da parallelismo coi vv. 11-12.
7. en qual hora: parallelismo con il v. 13, sorretto da passi analoghi: PAlv IX 33-34 qu'en aital hora fui natz / c’anc non puoc amar en patz; GBorn, in Appel, Chrest., 83. 9-12 quar en aital hora [mss.: AB] fui natz / qu'a Dieu no platz/ que nuyls mos bos amics privatz / viva tan cum l'autra gens fai (in entrambi gli esempi si ha la stessa concezione fatalistica del collegamento fra momento della nascita e destino personale).
— ·m fui natz: per il pronome, cfr. v. 19 (cre mi murir); SFides 591 si·s sunt mort; SLeger 51, 115 il se fud morz. Si tratta, per tutta l'espressione, di una delle « forme fossili di tipo deponenziale» della lingua arcaica (efr. Avalle, Sponsus, p. 72, nota al v. 17 [fo net], con numerosissimi esempi; cfr. anche Avalle, Monumenti, p. 162).
8. alegres ni iratz: l'opposizione è tipica, ma alegres è più spesso sostituito da iauzens (cosi: joi-ira), e talora si ha direttamente ossimoro. Cfr. JR V 22 iratz e gauzens; ROr XXIV 39 iratz iauzens; e v. qui IX 25-26.
9. estranhs / privatz: l'opposizione sembra originaria del linguaggio giuridico: cfr. SV VI 562, 2 (« privatz ‘einheimisch’... steht im Gegensatz zu estranh und estranher »), dove si hanno sei esempi da documenti, in formule del tipo neguna persona, privada ni estranha (efr. qui VII 27 e nota). Qui il senso sara però traslato: gli edd. traducono « ni revêche ni familier » (Jeanroy), « arisco ni sociable » (Riquer), « fuori di me né in me stesso » (Casellam no la consueta eccessiva libertà); in definitiva, se il verso precedente si riferisce alle relazioni intersoggettive (« estraneo e intimo (a qualcuno, al prossimo) »): anche in LCig, Escur prim chantar e sotil, v. 34, si ha privatz nel senso di « intimo (della dama)»: S’ieu trobes qui li fos privatz…
10. au: pronome indefinito neutro (Schultz-Gora § 182).
11. fadatz: rinvia alla sfera semantica di en qual hora (v. 7), quella dell'astrologia e del sortilegio; ha di per sè carattere semantico neutro, come mostrano gli esempi: JR VI, str. apocrifa (ed. Jeanroy p. 33) Mal me faderon mey pairi /s'amors m'auci per lieys que m'a (negativo, esplicato da mal); JR V 48-49 qu'enaissi·m fadet mos pairis / qu'ieu ames e no fos amatz (negativo); Marc XXV 45-46 celui fadet gentils fada / a cui fo s'amors donada; XXX 43-45 Toza, fi·m ieu, gentils fada / vos adastret, quan fos nada, / d'una beutat esmerada (dove gentils esplica il senso positivo di fada).
13. ·m fui endormitz: endormir è riflessivo, come (forse) velhar del v. seguente; la tradizione deve tener conto del parallelismo nell'opposizione; cfr. l'alba di GBorn, in Appel, Chrest., 56, 6 bel companho, si dormetz o velhatz; BV XXХIII 1-3 pel douz chan que·l rossinhols fai, / la noih can me sui adormitz [AIKa: endormitz] revelh de joi totz esbaitz; GBorn LXV 1-2 per solatz revelhar / que s'es troр endormitz.
14. Cfr. v. 20 e re no sai mas quan n'aug dir: l'espressione appartiene alla topica del devinalh (cfr. GBorn LIII 43-44 no sai de que m'ai fag chanso / ni com, s'altre no m'o despo).
15. per pauc (no): «il s'en faut de peu que », traduce il Pfister, Lexik. Unters., p. 602, che osserva come la consecuzione sia solo dell'antico provenzale. Cfr. anche V 81 a pauc no.
15 s.: cor è in figura etimologica con corau (v'è inoltre un richiamo fonico nel cora dei vv. 13-14). Il tema del cuore infranto, forse collegato a ricordi biblici (Passione di Cristo: cfr. E. Auerbach, Passio als Leidenschaft, PMLA LVI, 1941, 1179-1196; ev. Appel, Chrest., 103, Pianto della Madonna. v. 40 lo cor mi part; Guillem de la Barra 593, in SW VI 102, I e quan fust mortz, Senher, apres, / ton cor partit ab fer de lanza) è un topos del lamento amoroso, di cui si ha qui eventualmente parodia: cfr. BV XIV 9 mos cors me vol de dol partir; XXV 19-20 lo cor sotz l'aissela / m'en vol de dol partir; Peirol XXII 16-19 с'a pаuc lo cor no·m part, quan mi recort / e mi soven del ris e del deport /e dels plazers qu'ela·m fetz e quem dis. / A! cum fora garitz s'adoncs moоris! (per il tema del garir e del morir, cfr. qui v. 19 ss.).
— corau: si vedano le osservazioni di P. Imbs, in CСМ 12, 1969, p. 284, nota 17.
17. Cfr. il v. 34. Per simili « sinnliche Verstärkungen der Negation» (Stimming, ed. BBorn, p. 266, nota a XX 32), cfr. Cnyrim pp. 50 s. n° 940 (con circa 30 esempi); SFides 592 e nota; Mare XLIV 28, XXXIII 35-36, XXI 41: BMarti VII 24-25; PAlv XII 18, XV 20, XVI 26; BBorn XX 32. Vedi anche Ch. B. Brown, in PMLA LIII, 333-338. L'uso è comune alle lingue romanze; cfr. per es. Dante, Sonetto Qual che voi siate, amico, vostro manto, v. 6: che di saver ver voi ho men d'un moco (e nota dell'ed. Contini in: Dante Alighieri, Rime, Torino 1965. [Nuova Universale Einaudi, 64], p. 8).
18. per saint Marsau: il patrono del Limosino è invocato come garante, sempre in esclamazioni isolate e in rima, anche da ROr XXV 41 e XXXI 57. L'espressione non è un semplice riempitivo, come per es., nell'enueg Fort m'enoia, so auzes dire del MMont, i nomi dei santi ai vv. 23, 46, 50, 58 (ed. Appel, Chrest. nº 43), ma ha funzione parodistica, come osserva lo Spitzer (L.S., L'amour lountain de Jaufré Rudel..., in Roman. Literaturstudien, p. 399, n. 1, in fondo): « jurer est vulgaire et la variation des invocations de saint (particulièrement à la rime) est un trait de la farce ». In BBorn X 36 (Sant Marzal) si tratta invece del toponimo (cfr. Wiacek, Lexigue, p. 163). La Lawner, CN XXX, 1970, p. 226, nota 9, ricorda inoltre i debiti metrici di Guglielmo nei confronti dell'innologia di San Marziale.
Un altro tipo d'interpretazione è presente nel riferimento che il Casella, p. 26, istituisce fra Marsau e Marte, « pianeta dei martiri », generante amore come « passione oscura » (Cavalcanti, Donna me prega, vv. 15-18). Su giochi di parole con nomi propri - di cui qui però difficilmente si avrà un caso cfr. anche il Roncaglia, CN XIII, 1953, p. 18 s., nota 26 (Marti viene, da ROr I 38 riferito a martz « marzo », come segno di volubilità: si ha interpretatio nominis).
19. malautz: la lettura malvatz (maluatz) di E è facilior.
— cre mi morir: se non si accetta la lezione di C (tremi da tremer / tremir « tremare »), peraltro accolta dallo Jeanroy, dal Riquer e dal Roncaglia, 25 Poesie (gloss.: « tremer, ir: tr. temere, tremare di;... tremi 1. sing. ind. pres. »; sulla desinenza -i, si vedano B. Müller, Die Herkunft der Endung -i in der 1. Pers. Sing. Präs. Ind. des provenzali. schen Voliverbs, München 1956; Grafström, Morphologie, § 55, pp. 110-117; Pfister, VRom 29, 1970, pp. 73 ss.), rimane cre morir di E, che, essendo ipometro il verso (-1), viene integrato con lo stesso -mi di tremi: cremi leggono l'Appel, Chrest. (gloss. *cremer v. tr. « fürchten »: unico esempio) e il Roncaglia, Dispense. E' però anche possibile leggere cre mi morir, come lo Jeanroy negli AdM e nella prima edizione (1913), dove cre starà per crem, cren di cremer (difficilior rispetto a cre<crei di creire; cfr. Adan IX 21, dive si ha lo stesso caso) e mi morir si spiegherà come ·m fui natz del v. 7. La lezione difettosa di E si motiverebbe in tal caso per la simiglianza mi·mo(rir): a meno che, più semplicemente, non si voglia postulare crem morir (per cremi morir), con conseguente scempiamento della ·mm· fonosintattica.
– Per il tema della malattia e morte d’amore (parodizzante), che precorre tutta la cobla, cfr. la nota al v. 15 (Peirol) e aggiungi, fra l’altro, JR III 55-56; Ror V 22-26 e XXIII 53 s.; BV gloss. s. v. malautz, metge, guarir e sim.; Cerc (?) VIII 53-54: notevoli richiami testuali in un passo di PRamTol (in Appel, Prov. Inedita p. 244, 1-11): Ar ai ben d'amor apres / cum sap de son dart ferir; / mas cum pueys sap gent guerir, / enqueras no sai ieu ges. Lo metge sai ben qui es, / que·m pot sols salut donar, / mas querm val, s'ieu demostrar / ja non l'aus ma mortal playa? // Morrai per mo nescies, / quar no'l vau mostrar e dir / la dolor que'm fai sufrir...
20. e re no sai: cfr. GBorn LIII 1 ss. (Un sonet fatz malvatz e bo / e re no sai de cal razo / ni de cui ni com ni per que /ni re no sai don me sove..; cfr. ibid. v. 43): a questo passo segue poi un accenno al tema della « malattia »: mal ai, c'anc om plus sas no fo, / e tenh małvatz [non sarà malautz?] ome per pro...
21. al mieu albir: albir ARBITRIUM; efr. Donat 2500: « albirs = estimatio » (cit. anche in Ronc., 25 poesie, gloss.). Il senso è « a mio capriccio, secondo la mia fantasia » (cfr. Lewent, Ro LXXI, 1950, 291: per albir «per immaginazione, nella fantasia »; vedi pure Pfister, VRom 18, 1959, 273 e, per l'etimologia, id., Lexik. Unters., p. 261 e nota).
22. e nom sai tau: la soluzione proposta in apparato dallo Jeanroy si basa pur'essa su E, che però reca quasi sicuramente tan (C tam; o forse cam), L'Appel, nella Chrest., legge nom, mentre lo Jeanroy (nel testo), il Riquer e il Roncaglia portano e no sai cau; dove cau « quale » è in rima equivoca con cau a importa » 28 e cau « taccio » 40.
23. Il Köhler, No-sai-que-s'es, p. 368 nota 1, adduce per q. verso e il seguente un passo agostiniano (De libero arbitrio I 1, 3, in P.L. XXXII 1223): «... desine velle investigare nescio quem malum doctorem. Si enim malus est, doctor non est; si doctor est, malus non est »; la somiglianza però, oltre ad essere formale, non è perfetta. Più consistente l'accostamento tematico a un inno di Marbodo, avanzato da L. Lawner in CN XXVIII, 1968, p. 152, nota 9 (le somiglianze si estendono alle coblas 3 e 4: «Me miserum! quid agam? porto sub pectore plagam... Non humana quidem, nam sunt mihi cognita quidem; sola divina sum salvandus medicina »).
— guerir: qui transitivo; ma può essere anche intransitivo, come in a. fr. (cfr. Stefenelli, Synonymenreichtum, p. 185). Il termine si trova, riferito a «malattia dell'anima », quindi in senso e con intenzione prettamente cristiani, anche in testi religiosi delle origini prov.: SFides 234 si Llui [scil. Dio] non ei, non poiss guerir; Boeci 180 sos corps ni s'amna miga per ren guaris; Versus S. Marie 16 garit « salvato, redento ». Nei trovatori il termine è assunto nella sfera della malattia amorosa (cfr. per es. BV gloss., s.v.).
— pot guerir: poder + infinito= verbo semplice; ma anche « sa guarire ».
24. mor non si amau: la lezione finora volgata era mas non si amau (mss.: C mas ia non sia mau, E mor non si man). Come indica però il Pfister, Lexik. Unters., p. 574, il mor di E è semplicemente la rara forma della particella avversativa dialettale mor «mais, au contraire » (C avrà al solito chiarificato con mas). Data la evidente insicurezza dei mss., si potrebbe però anche pensare a soluzioni meno lineari, per es, a un testo ricollegabile a concetto simile a quello del passo agostiniano citato sopra (n. 23): per es. mas mor, si es mau «ma muoio (opposto a guerir), se è cattivo » (cfr. il malus doctor di S. Agostino, opposto a bos metges). A meno che non si voglia vedere un controsenso « assoluto », un « nonsenso » (N. Pasero, CN XXVIII, 1968, l ss.) e quindi leggere: non mor, si es mau « non muoio, se è cattivo (medico) ». Il Topsfield, in Mélanges Bputière, p. 577, ripropone la lezione di C e legge ja non sia mau «(he will be a good doctor if he can cure me) althoug I am not ill», dove « ill » è intenso in senso fisico.
25. Per la struttura, cfr. v. 43.
— amigua: come in VI 37; la denominazione differisce da domna, presupponendo corrispondenza erotica (cfr. per es. RBerb, ed. Varvaro, VIII 28 [e nota] Donn'es de mi / qu'eu no·us auz dir amia).
— non sai qui s'es: la formula, centrale secondo l'articolo citato del Köhler, che la ricollega al nescio quid agostiniano (v. spec. pp. 358-359 e note), apre, lievemente variata, il componimento XXXIV di ROr, e ritorna, sostantivata, anche nell'explicit dello stesso (1-2 Escotatz, mas no say que s'es, / senhor, so que vuelh comensar; 36-37 Er fenise mo no-sayque-s'es. c'aisi l'ay volgut batejar); essa compare anche nella tenzone fra AimPeg e AlbSist (AimPeg, ed. ShepardChambers, VI; efr. Köhler, cit.). Sul nescio quid dal punto di vista della storia del pensiero, cfr. la bibliografia in Köhler, p. 358, n. 1.
26. Il tema dell'amore per la donna non vista sarà portato a celebrità non solo letteraria dalla poesia di Jaufre Rudel e dai suoi esegeti (cfr. JR VI 7-10: Nuill hom no·s meraveill de mi / s'ieu am so que ja no·m veira, / que·l cor joi d'autr'amor non ha / mas de cela qu'ieu ane no vi: da mettere in rapporto con il v. 31 del presente componimento). Qui però sembra predominare un interesse parodistico, come indica forse anche il rafforzamento seguente.
— si m'ajut fes (per il si « deprecativo », cfr. G. Toja in CN XXIX, 1969, 77): anche in I 17 un'affermazione relativa alla donna (in metafora) è rafforzata in maniera simile (et anc no·n vis bellazor, mon escien). In entrambi i passi si ha una mossa di « testimonianza » (vi, vis), convalidata da espressioni formularie (si m'ajut fes, mon escien; cfr. anche VII 16-17). Formule di garanzia dell'autenticità della narrazione si trovano per es. anche nell'epica (v. Duggan, Ro LXXXVII, 1966, 328); cfr. qui II 2 e nota.
27. fes: richiama il fes (FIDES) del v. prec.; e consona con pes.
— pes: cfr. III 2. Opposizione plassa/pes anche in Cerc I 55- 56 Mas, cui que plass' o cui que pes, / elha·m pot, si·s vol, retener. Come indica retener, si tratta di formula collegata al linguaggio giuridico (PLACEAT).
28. no m'en cau: stesso a registro ai vv. 17 e 34. Cau per cal (cfr. H.H. Christmann, Lateinisch CALERE in den romanischen Sprachen, Wieshaden 1958, pp. 20 ss.), con vocalizzazione della 1- (cfr. nota 4), compare, sempre in rima, in Marc XXXIII 49 Marcabrus ditz que no'ill en cau (:frau: jornau); XXXVIII 37; BV XIII 48 e si'us deschanton, me q'en cau? (:desliau). Entrambi i trovatori impiegano, fuori rima, la forma cal (chal).
29. Norman ni Franses: Normanni e Francesi sono « stranieri », non rientrano nei confini del regno di Guglielmo (sulla delimitazione di « Francia » nell'XI secolo si può ricorrere allo Zaal, A lei francesca, che cita per es. Ademar de Chabannes, il quale verso il 1030 scrive su Carlo il Calvo: « Rex supra Franciam, Aquitaniam et Burgundiam »: la « Francia » è quindi la parte settentrionale dell'antica Gallia). Cereamon, nel planh per la morte di Guglielmo X, esorta separatamente al cordoglio Normanni e Francesi: Cerc VI 37 plagnen lo Norman e Frances (il ms. unico a porta frances in cobla rimata -eis, cfr. per es. qui II e III: la correzione Franceis dell'ed. Jeanroy è superflua). Si potrà partire da questo dato per spiegare l'allusione, come fa il Bezzola, Ro LXVI, 1940, р. 213, n. 3, che si chiede appunto se non vi sia accenna al carattere poco cortese attribuito a tali popolazioni, che cercherebbero subito vantaggio materiale, o in generale alla mancanza di fantasia dei « settentrionali ». Sulla cattiva fama dei Normanni (per es. come beoni), cfr. RRose (ed. Langlois: SATF, 75) v. 21294 e nota ed., V, р. 113.
Una seconda possibilità d'interpretazione sarebbe di vedere in Norman ni Franses una di quelle espressioni « geografiche » indicanti persone straniere imprecisate, quindi, nel contesto, «nessun estraneo ». Cfr. per es. JR II 17-19 qua ranc genser crestiana / non fo, ni Dieus non la vol, / juzeva ni sarrazina (nel senso di: «non vi fu mai donna più nobile »); ROr XVI 43; PAlv II 18 (dove Francs e Sarrazis indicano due direzioni geografiche). L'uso non è solo proven. zale; cfr. Ritmo Laurenziano (in Poeti del Duecento, I, 6), 15-16 né latino né tedesco né lombardo né fra[ncesco] / suo mellior re (= «nessun re migliore di lui »).
Una terza interpretazione dà M. Dumitrescu, CCM XI, 1968, p. 403, n. 42: «... l'allusion ne paraît plus obscure, si l'on se rappelle que la femme d'Eble II, Agnès de Montluçon, était une Bourbon »: ma tale spiegazione è attendibile solo se si accetta la tesi generale della studiosa, secondo cui il vers allude polemicamente a Eble di Ventadorn, e anche in tal caso piuttosto sforzata.
Più interessante l'argomentazione di L. Lawner, CN XXX, 1970, 223-232, già riportata alla nota 17 del commento (allusione polemica alla scuola poetica di Angers).
In tutt'altra direzione va L.T. Topsfield, in Mélanges Boutière, I, 578, che dapprima amplia la tesi del Bézzola (« If ostau is taken with the 'coloured' meaning of heart, the dwelling in which the imaginary amigua resides, the reference may be to the medieval reputation for gluttony and drunkenness of Normans and Northen French, with the sense that no base intruders can harm his imagined love »); poi riprende il problema di Norman ni Franses da un altro punto di vista: «... in the last two lines of each stanza... the poet's thoughts are twisted back to mundane reality. In this connexion norma can be taken in its household meaning as a rule or set-square [una squadra, cioè] and frances as a measuring vessel for corn [come un moggio]. The translation of lines 27-30 would then be: 'Nor has she acted in a way which might please or desplease me, nor do I care, for in my household I have never kept a rule or measure». Vale a dire: «There is no question of nicely calculated less or more, of the courtly score of right and wrong, in his household, and possibly in his heart ».
Se l'espressione è in un « registro » realistico, come è nella struttura di tutto il componimento (cfr. Commento), si può forse andare ancor più in là e chiedersi se non vi sia un doppio senso ancor più materialistico. Ciò almeno potrebbe suggerire questo passo d'un componimento apocrifo di GSDid (BdT 234, 17; n° XV nell'ed. Sakari), vv. 33 se.: Zai en Pascor, seretz cond' e prezanz / e trobares los Engles e·ls Normanz, / e vostr' ostals es amples e vojanz. / metetz la·n tanz entro qe l'aiatz ple. Come osserva l'ed. (p. 20 s.), si tratta di una parodia oscena di canzone amorosa, la cui destinataria non è una dama, ma una prostituta: si spiega così l'accenno all'ostals amples e vojanz, dove vanno « introdotti » los Engles els Normans, finché non sia « pieno » (la metafora oscena pare chiara; come pure quella del cavals che compare nei versi seguenti, da avvieinare allo spirito dei comp. I e II di Guglielmo). Se qui in Guglielmo si prende ostau nello stesso doppio senso, si potrebbe interpretare il passo in questa direzione: «Ho una amante, ma non la conosco; non m'ha fatto mai nulla che mi colpisca; e del resto non me ne importa niente, perché nella 'dimora che mi appartiene non s'è mai introdotto nessun estraneo ».
31. Il verso ha uno schema di chiasma quasi perfetto.
— Anc non la vi: riprende il v. 26.
— et: « eppure » (Schultz-Gora § 206; es. in Appel Chrest., gloss.).
32. Cfr., per lo schema, JR VI 29 anc no·m dis ver ni no·m menti. Il senso è forse ricollegabile alla formula far dreich ni tort «nach Belieben schalten und walten », in BBorn XX 50, nota p. 267.
33 ss. Secondo l'Hoepffner, Troubadours, p. 22, nei versi seguenti c'è la tematica della chanson de change. Cfr. anche Köhler, cit., p. 362 n. 1.
— be m'en deport: «prendo la cosa allegramente, ne faccio poco caso » (Roncaglia, 25 poesie, gloss. s.v. deportar (se)); v. anche E. Lerch, CN III, 1943, 224, che giustamente corregge lo Jeanroy (« je me paisse aisement d'elle ») e collega il passo con altri esempi a.fr. al significato « sich trösten (über) ». Cfr. pure SFides 376 e nota; BBorn III 38; S II 100 (che cita dal Floretus, in RLR XXXV 62: «Deportar: spatior, deambulo, obambulo » e dal Donat 2878: « deportz: ludus in spaciando »). In origine, il verbo contiene quindi una sfumatura di moto: il Lerch osserva: « soi deporter heißt also 'sich (seinen Geist) von etwas wegtragen, wegbringen, sich freimachen von, ablenken von'».
34. V. nota 17 (e BrevAm 32159, dove il rafforzativo è bec de gau).
— n'om: lettura del Roncaglia, Dispense; Jeanroy: nom.
35. sai: rompe la serie dei no sai (7, 13, 20, 22, 25, 37, 43). Anche nel sonet di GBorn s'è una mossa simile (LIII 31 domna sa, ja no volh quem so: contrapposto ai no sai dei vv. 2, 4, 43). Ciêr. qui nota 20.
— gensor, belazor: stereotipi; cfr. per es. JR V 31 gue gensor ni melhor no·n sai; e qui I 17. Genser di E è un errore, probabilmente del copista. Cfr. Donat 2111 (gens pulcer vel pulcra).
36. vau: « vale », in rima equivoca con vau « vado » 42.
37. La cobla che inizia qui si trova solo in E; viene respinta dallo Jeanroy (p. 33: «Ce couplet fort plat, et qui revient sur des idées déjà exprimées, me paraît apocryphe...»), mentre l'Appel la conserva, senza però decidersi rispetto alla lezione dell'ultimo verso; così pure il Riquer, il Roncaglia, Dispense e il Topsfield, Mélanges Boutière, p. 579 (senza contare l'edizione Holland-Keller). II Köhler, p. 362, nota 2, adduce, per sottolineare la tesi dello Jeanroy, contraddizioni fra il v. 39 (non aus dire lo tort que m'a) e il v. 32 (anc no n'aic dreit ni no·m fes tort). Certo che la funzione di rottura del verso 35 potrebbe esscre un indizio per la conclusione del componimento alla cobla 6, e quindi per l'apocrifia di questa cobla, inserita prima della tornada.
— ves on: «den Ort (in gewissen Umfang) bezeichnend »(SW VIII 591, 5), quindi semplicemente « dove » (così in BV V 17-18 en no·n posc saber vas on / re mais tan ben amar pogues; traduzione: « wo »).
38. es en pla: la soluzione più economica, visto il parallelo es en pueg e considerata la facilità di aplografia della consecuzione es-en, specie se abbreviata nell'apografo.
— ho: E dà questa grafia per la disgiuntiva anche in III 15.
— pueg/pla: per la contrapposizione, cfr. I 13 e 16 (mon- tanhiers / sa jos) e note: può essere intesa in senso proprio, riferendosi alla donna « concreta » del v. 35.
39. lo tort que m'a: SW VIII 319, 9 aver tort a, ves alcu =«ein Unrecht gegen jemand begehen »; cfr. BV X 29 del major tort qu'eu anc lh'agues (anche là riferito alla dama); XXV 32 com s'eu l'agues gran tort (v. sopra); MMont XIII 12 los tortz que·us ai; есс.ç
40. m'(en) cau: da se calar « starsene zitto, tacere » (cfr. Pfister, Lexik. Unters., p. 310). Cfr. qui v. 22 e 28.
41. Cfr. Cerc VI (planh) 9 peza·m s'a longas sai estau e 16 peza·m s'a lonjas sai remaing: là però si ha un topos del planh, dove sai indica il mondo terreno, in cui il poeta è afflitto di rimanere, ora che il compianto signore se n'è andato; qui sai indicherà «presso la dama », oppure «lontano dalla dama ». Cfr. anche GRiq I 44 (p. 33, ed. Mölk: «sai bezieht sich hier … auf midons »); BBorn, apocr. I 33, p. 301; FolqMars I 51, p. 264; Schultz-Gora, Prov. Studien, II 40 ss.; ElBar V 44. – Vedi pure X 7 e nota.
42. per aitan vau: il ms. porta solo aitan vau, che lo Jeanroy propone di integrare in ab aitan vau (forse pensando al v. 40: abans?), come formula di congedo. L'Appel reca in nota la lezione del ms. e lascia il testo in bianco. Se vau è da anar, si può leggere anche per aitan, cioè « perciò » (« dato che mi pesa...») «me ne vado »; forse vau è da valer (il Casella traduce, a p. 22, « tanto essa vale »), ma in tal caso non si ha più rima equivoca con il v. 36 (cfr. anche VII 43 e 47).
Tutt'altro ordine d'idee permetterebbe la correzione di aitan in altan (LR II 153; SIV I 104), nel senso di «meerwärts », « in direzione del mare», contrapposto a pueg del v. 38. Andrebbe allora integrato az altan o ves altan (efr. gli esempi davers altan, Montpellier 1118?, ab altano, a meridie, Prouille 1213; riportati dal Pfister in VRom 18, 1959, p. 256, n° 55).
— vau: in opposizione con reman anche in BV ХIII 10-11 Domna, vas cal que part que·m vir, / ab vos remanh et ab vos vau (forse BV ha presente questo passo, ma la situazione è topica).
43. fait ai lo vers: è formula di conclusio (cfr. Cerc V 53 fagz es lo vers), qui nobilitata dalla ripresa dell'esordio (farai un vers, 1), come altrove (per es. ROr, no-sai-que-s'es, XXIV 1 е 46).
— de cui: l'obliquo pronominale cui si riferisce quasi esclusivamente a persone, come genitivo e dativo, mentre quе è la forma usata per persone e cose (cfr. Schultz-Gora § 124; Anglade, Grammaire, p. 252; Appel, Chrest., p. xvii, n. 1; Brunel, Chartes, p. xxxvii; Görlich § 140); quindi meglio tradurre « su chi » che a sur quoi » (Jeanroy) o « sobre qué» (Riquer).
44. trametrai: poliptoto con trametra 45 e tramezes 47. Trametre è qui termine tecnico, eventualmente risalente alla retorica poetico-epistolare, come mostrano per es. le «love letters » mediolatine edite dal Dronke, Medieval Latin, II p. 472 ss. (nº VI, conclusio, p. 479: Vale. / quae sunt omnia fidei et dilectionis de me habe. / Quem transmitto accipе stilum, / et adhunc animum meum fidum.). Cfr. SFides 517 trames sas letras e·ls correus; e LCig, Un avinen ris vi l'autrier, 34-40. S'ieu trobes qui li fos privatz, / qui privadamen de ma part / portes salutz e amistatz / a lieis, don ma salutz no·s part, / tan li en trametrai, sapiatz, / que s'ela·m tramezes lo qart, / eu m'i baingner' ab gran solatz (dove compare il medesimo poliptoto); altri ess. dà lo Scheludko, Beiträge, p. 160-2.
45. autrui: può essere riferimento generico all'intermediario topico (cfr. qui IX 43 ren per autrui non l'aus mandar).
46. enves Peitau: accettando la lezione di E, come fanno l'Appel, Chrest. e il Roncaglia, Dispense (Jeanroy: Anjau, con C), si deve supporre che il vers sia stato composto o recitato in questa forma fuori dai confini del regno di Guglielmo. C legge lay ves Anjau: non ci sono elementi per effettuare una scelta sicura fra le varianti, e si può eventualmente pensare a varianti d'autore, motivate da diverse occasioni di recitazione e fissate nella tradizione manoscritta in due momenti diversi (cfr. Avalle, Letteratura d'oc, p. 65 ss.). D'altra parte, Peitau e/o Anjau potrebbero anche essere senhals, e reggere il tramezes del v. seg.; senhals geografici sono frequenti (cfr. per es. BV XIV 7 e 19 [Lemozi]; e qui VII 43 e nota Narbona). Il Richard, Histoire, I 504 (e cfr. 472 в.), vede nell'invio lay ves Anjau un preciso accenno a Maubergeonne (cioè a Dangereuse, moglie di Aimeri I, viscontessa di Châtellerault e amante di Guglielmo, che era angioina di nascita) e data quindi il componimento agli inizi della passione del principe per lei (che egli pone intorno al 1114; ma già nel 1091 Guglielmo ripudia Ermengarda d'Angiò a causa suа).
Un altro filone d'interpretazione a favore di Anjau è quello che parte dalla tesi della Lawner sui rapporti polemici di Guglielmo con la «scuola poetica d'Angiò » (cfr. la nota al v. 29 s.): allora riprende peso anche la tesi secondo la quale la contraclau del v. 48 sarebbe risposta poetica richiesta in soluzione del vers de dreit nien.
47. estui: correzione di tutti gli editori, da C estug. E escut. Estui, estug = « Behälter »; cfr. SW III 357, 1, che reca q. passo, dichiarando però di non comprenderne il senso complessivo. V. la nota seguente.
48. la contraclau: tutti gli editori accettano la lectio difficilior di C (E semplifica e forse interpreta in la soa clau). Contraclaus = «clavis facta contra clavem » (Donat 1845; cit. pure in Roncaglia, 25 poesie, glossario). Lo Jeanroy, nel glossario, spiega: « seconde clef. Il s'agirait, segon Lavaud, d'un poème de même forme que celui-ci et qui pourrait lui servir de ‘clef’ ». Interpretazioni simili danno l'Appel (Chr. gloss.: « Nachschlüssel; bildlich: Auflösung »), il Riquer, lo Scheludko (Beiträge p. 32-33), il Köhler (art. cit. p. 362- 363) e il Bezzola (Litt. court. pp. 214-215). I1 Roncaglia, 25 poesie, glossario, registra però anche l'opinione di S. Pellegrini (CN IV.V, 1944-45, p. 30, n. 25), che rinvia ai Marcabrustudien dello Spanke (p. 51, su Marc XII bis, 31: la clau segonda), secondo cui si tratta di metafora oscena (« cintura di castità »; cfr. Roncaglia, CN XXIX, 1969, p. 31, n. 50). V. Marc XLI 34-35 tans n'i vei dels contraclaviers / greu sai remanra conz entiers; BMarti (?), appendice, I 11-12 mas selh per cui hom las destrenh / port'al bregueir la contraclau. Altrimenti clau e contraclau hanno quasi sempre senso metaforico del primo tipo (« mezzo per aprire > soluzione »; cfr. devinalh anonimo, in Appel, Chrest., n° 42, a, vv. 12-14 e b, vv. 21-24), e anche E sembra averlo inteso in questo senso; o anche si interpretano in direzione « mezzo per aprire e chiudere > potere », come nell'episodio dantesco di Pier delle Vigne (D.C., Inf. XIII 58-61; dove si allude mediatamente all'abilità retorica del cancelliere di Federico II): in tal caso l'origine della metafora è scritturale, come indica il Roncaglia in CN XI, 1951, 38 (nota a Mare XXXIII 19).
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