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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,010- Guilhem de Peitieu

1. Per la formula esordiale, cfr. BV XXI 1 ges de chantar no·m pren talans; Uc de Mataplana, BdT 454, 1 d'un sirventes m'es pres talens; Pons de la Garda, in Appel, Prov. Ined. 256, 1 de chantar dei aver talan. La conclusio della SFides reca la formula diametralmente opposta: 593 del lor cantar ja·m pren nualla (cfr. anche nota a VI 59).

2. farai un vers: cfr. I 1, IV 1 e V 1, e relative note.

don: lo Jeanroy e il Riquer lo riferiscono al soggetto del vers e non direttamente al vers (Jeanroy: «[sur un sujet] qui m'atiriste»; Riquer «sobre lo que me apena»); ma, come in Cercamon, cit. sotio, si tratta di un vers per cui il poeta è «rattristato».

dolenz: nel planh di Cercamon per la morte di Guglielmo X, che ha molti punti di contatto con questo componimento (v. note 14, 28, 32, 37), si legge: (Cerc VI 1-2) lo plaing comenz iradamen / d'un vers don ai lo cor dolen (che richiama Boeci 101 avia·l cor dolent, in lassa -en/-en(t); e cfr. per es. Roman de Troie, 10194 sovent en a le cuer dolent). - Per il campo semantico «traurig, betrübt y in a, fr., cfr. Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 242 ss. (dolen è «das geläufigste Normalwort... während der ganzen altfranzösischen Periode»). - Si veda anche l'interessante contributo di P. Bec, La douleur et son univers poétique chez Bernart de Ventadour, in CCM 11, 1968, pp. 545-571 e 12, 1969, pp. 25-33.

3. obedienz: l’interpretazione corrente è «servo d'amore», con appoggio a VII 30 ss.: ma vedi la dimostrazione del Roncaglia (in Mél. Delbouille II 597-614), per cui si tratta di termine ancora in senso feudale proprio; il Roncaglia traduce: «più non potrò servire Iddio e il re» (cfr. sotto, v. 14). Per rinvii, dati bibliografici, altre interpretazioni, ecc., si rimanda all'articolo del Roncaglia.

5. era: cfr. Pfister, Lexik. Unters., p. 422.

m'en irai en eisil: l'espressione anar en eisil, qui impiegata in senso traslato (eisil — «esilio dal mondo terreno» = «morte» non si hanno attestazioni romanze di tale corrispondenza nei poemetti agiografici prov. e nei primi trovatori; ma l'origine è certo mediolatina e religiosa), compare in contesto amoroso-cortese in BV XLIII 56 e vau m'en, pus ilh no·m rete, / chaitius, en issilh, no sai on; in ROr XXXIII 23, essa è termine di paragone cortese: qu'eu n'iria en eissill / enanz c'eutra·m baizes. Senso più proprio è in Marc XXXIII 25-26 li plus d'aquest segle carnau / an tornat Joven en essil. Per m'en irai cfr. 27 (irai m'en).

6. La varia lectio del verso è confusa: IKN1N2 leggono, con lievi varianti, en gran paor et en peril; D porta en gran paor en gran peril (laddove paor en gran è al margine, con un rinvio fra gran e peril; la mano è identica); R legge en guerra et en gran perilh. Inoltre CRa scambiano questo verso con quello successivo. Si può ricostruire una situazione di questo tipo: la fonte comune portava probabilmente solo en gn peril(h), con caduta per aplografia di paor en gran; un gruppo di manoscritti (IKNCa) deriva più o meno direttamente da un ascendente intermedio che ha letto en gran <paor et en> peril(h)D, eventualmente per collazione con un esemplare più corretto, corregge la caduta per aplografia con il rinvio a margine; R fraintende forse l'abbreviazione di gran e la scioglie in guerra, anche orecchiando il verso precedente nel manoscritto (en guerra laysarai mon filh).
   Gli editori collegano questo verso al seguente, come del resto suggerisce l'inversione dei due versi in CRa. Altrimenti lo si potrebbe anche collegare al verso precedente, leggendo: «Perché ora me ne andrò in esilio, in gran paura, in gran pericolo; lascerò in guerra mio figlio...»; in tal caso, eisil, paor e peril si riferiscono all'anima, come spesso nella letteratura religiosa latina medievale.

8. Cfr. 15 faran li mal tut li plusor: se esso non è corrotto c'è qui un anticipo del tema, per cui i vezi sarebbero i «vicini» della Guascogna e dell'Angiò: altrimenti vezi «conterranci» (come per es. in PALv XII 74), oppure «sudditi»; cfr. anche VII 27 e nota; X 26 e nota.

9. greus: per la forma non dittongata (D grieus), cfr. Commento linguistico, § 12, 5.

11. en garda lais Folcon: questa lezione (di N1N2 a1; C porta esgarda lai Falco) è nel suo carattere arcaico, dificilior rispetto a en garda de Folcon... / lais (DIK). Folcon è un dativo assoluto (Sehultz-Gora § 173 e Roncaglia, Lingua, p. 81, n. 1. Cfr. anche V 33) e appartiene alla declinazione in — o / — ÓNE (Schultz-Gora, § 105). Di norma, il dativo assoluto precede il verbo (Foulet, Pet. syntaxe, § 39): ma v. Sponsus 70: queret lo Deu (nota ed. Avalle p. 76) e Passion 228 (e § 66 dell’ edizione Avalle).
   Per il motivo del laissar, che compare anche al verso 7 (e cfr.. i vv. 33, 41), si vedano le formule di testamento riportate nei documenti (per es. LaDu nº 56, anno 1280; Brunel, Chartes, nº 13, anno 1109). Lo Storost, ZFSL LXIII, 1940, p. 363, nota 20, ricorda alcuni passaggi del (falso) testamento di Guglielmo X (composto intorno al 1632, ma riecheggiante formule dell'epoca), fra cui: filias meas regis domini mei protectioni relinquo… 

Folcon d'Angeus: si tratta di Folco V, figlio di Folco il Réchin d'Angió e Bertrada di Montfort, conte d'Angiò dal 1109 al 1142, ma investito della contea fin dal 1106; nato quindi intorno all’anno 1090. Su questo personaggio, cfr.. J. Chartrou, Folque de Jérusalem et Geoffroi Plantagenêt, Paris 1928: cit. dallo Jeanroy, Poésie lyrique, II, 9, nota 1. - Vedi anche, qui, la nota al verso 21; e Richard, Histoire, I, pp. 450 ss.

12. la tera son cozi: per il genitivo assoluto son cozi, cfr. la nota prec.; e V 33, nota.

cozi: avrà il significato di «parente», perchè di cuginanza diretta fra Guglielmo X e Folco non si può parlare; Guglielmo IX ha sposato nel 1089 e ripudiato nel 1091 Ermengarda, sorellastra di Folco; Agnes, sorella di Guglielmo IX, ha sposato nel 1109 Hélie, conte di Maine, padre della moglie di Folco (cfr. Storost, cit., p. 364, nota 27). In BV XVII 29 si ha il sintagma cozi ni paren (var. amic ni paren).

14. (e)l reis de cui ieu tenc m'onor: è Luigi VI il Grosso: re di Francia, di cui Guglielmo IX è vassallo nominale: negli anni 1111-1113 e 1116-1118 è alleato di Folco d'Angiò contro Enrico d'Inghilterra (Storost, p. 365). Si ricorderà che nel 1108 Guglielmo ha rifiutato l'omaggio feudale a Luigi VI (quando questi sale sul trono in successione di Filippo I), concedendoglielo solo dopo gravose concessioni da parte sua (cfr. Richard, Histoire, I, p. 456 s.; Scharten, p. 27). D'altra parte, il Richard, p. 430, pensa che qui si alluda ancora a Filippo I (il componimento sarebbe composto all'epoca della crociata del 1101).

onor: «feudo, dominio, territorio», come in SFides 65-66 lo seinner d'aquesta ciutad / ag granz honors ab ampledad (la nota cita il Du Cange III 692, s.v. honor: possessiones magnas quas vulgo vocantur honores); cfr. anche Boeci 36, SLeger 120, SAlexis 407; Brunel, Chartes, gloss.; Cerc VI 40 pois aitan grans honors li creis (nel planh per la morte di Guglielmo X; pure con riferimento al re di Francia). In RBerb, ed. Braccini, nota a I 17, si indica l'evoluzione semantica da «territorio», attraverso «beneficio» (così nel testo), verso «feudo».

15. faran li mal: cfr. nota 8.

16. felon Gascon et Angevi: i Guasconi appartenevano al regno di Aquitania dal tempo del padre o dell'avo di Guglielmo IX; ma anche sotto Guglielmo X regna anarchia feudale, nonostante l'asserzione di Cercamon nel plenh sopra citato (Cerc VI 31-32: Gasco cortes, nominatiu, / perdut avez lo segnoriu, cioè Guglielmo X). Anche gli Angioini, benchè sudditi nominali di Folco, vengono sottomessi definitivamente solo dal figlio di costui, Goffredo Plantageneto (cfr. Storost, art. cit.).
   Felon ha quindi il preciso significato feudale di «infedeli per rottura del patto con il signore» (cfr. per es. Marc Bloch, Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodal, in: Nouv. Revue Hist. de Droit fr. et étr., XXXVI, 1912). L'altro significato è impiùs (cfr. Schwarze, Der apr. Boeci, pp. 29-30, nota ai vv. 20-21), e, nella designazione dei Giudei, si accoppia al precedente (cfr. Passion 77, 138, ecc.): secondo lo Schwarze, il significato religioso è secondario rispetio a quello feudale (cfr. Du Cange s.v. fello = perfidus, rebellis). Sull’etimologia del vocabolo, v. H. Weinrich, Zur Etymologie von frz. félon a «treulos», in Medium Aevum Romanicum, Festschrift für H. Rheinfelder, München 1963, 389-396: il W. lo ricollega al lat. FEL «fiele», fondandosi sull’allegoria del fiele nell’opposizione «fiele/miele» dell'esegesi biblica: il modello grammaticale è la declinazione — o / — ÓNE.

17. savis ni pros: può esser ricollegato al topos biblico fortitudo et sapientia (cfr. Curtius, Europ. Literatur, 181-186; e RBerb, ed. Braccini, p. 102), presente nei planhs e nei panegirici. Pros ha difatti il senso di «valente»: cfr. SFides 310 los seus en traiss qe connog pros (e nota II 129). Vedi anche R.M. Ruggieri, in Actes VIIIe Congrès de la Féd. Intern. des Langues et Litt. Mod., Paris 1961, 394-395, che analizza due esempi classici: ChRol 1093 e D.C., Inf. XVI, 67. Olderico Vitale, parlando di Guglielmo stesso, dice: Hic audax fuit et probus nimiumque iocundus...

18. partitz: cfr. 8 departirs, 25 partem.

19. Il manoscritto C (tost l'auran abayssat en ios) chiarifica e modernizza, come spesso fa (cfr. per es. 5, 17, ecc., varia lectio).

viaz: «presto, prontamente»; cfr. per es. SFides 172 trames per ella molt viaz («promptement, en hâte»); BV XVIII 31 viatz ven e viatz vai («schnell»).

tornat en jos: ricorda il tornat en sotror (t. a ce sostror, t. sotror) del GRouss (v. Pfister, Lexik. Unters., p. 693: «faire tomber bien bas»).

20. iove mesqui: lo Jeanroy, seguito dal Riquer, legge: iov’ e mesqui; ma cfr. il Roncaglia, Dispense, che adduce Alberic, Alexandre 88 parv mischin: mesqui sarà sostantivo con attributo iove (Boeci 1 e 7: iove omne «giovani uomini»), come indica anche la traduzione «Knabe» dell'Appel, Chrest., Alexandre; oppure mesqui sarà attributo del sostantivo iove. In entrambi i casi, il significato è analogo: «meschino giovane», «giovane meschinello». Cfr. G. Gougenheim, 'Meschine', in MA LXXIX, 1963, 359-364: in testi letterari francesi dei sec. XII-XIII, meschine, oltre ad indicare «giovinetta» oppure «fanciulla addetta a funzioni servili», sottolinea spesso una particolare situazione d'infelicità morale o di disgrazia fisica (cfr., Donat 2525: mesquis = miser). Vedi anche Grisay, Lavisse, Dubois-Stasse, Dénominations, pp. 178-187, spec. p. 178; Stefenelli, Synonymenreichtum, pp. 65 ss., spec. pp. 73-74.
   La variante di lettura dello Jeanroy non è però sconosciuta: cfr., Chanson d'Antioche 21 (in Appel. Chrest., nº 6); e·l coms de Sen Teris, tuh ioven e mesqui, dove gli attributi si oppongono a rig e palaizi del verso 20.
   Il senso del verso è stato ricollegato al noto passo dello Ecclesiaste: Vae tibi, terra, cuius rex puer est (Eccl. X 16; cfr., fra l'altro RBerb, ed. Braccini, p. 102); il Roncaglia, Mél. Delbouille, II, 605, n. 1, rinvia alle raccolte medievali di proverbi, dove si trovano concetti analoghi.
   Come osserva più di recente lo stesso Roncaglia, l'imprecazione biblica si trova fra Paltro ripetuta nella lettera di San Bernardo a Joscelin, vescovo di Soissons e consigliere di Luigi VI, scritia allorchè il re impedi l'entrata in Poitiers d'un vescovo nominato da Geoffroy de Loraux, arcivescovo di Bordeaux, senza consultazione preventiva del governo reale (cfr. Luchaire, Louis VI, p. 5).

21. per merce prec: la lezione di D è ripresa da 23 et il prec en Jesu del tron, 36 e prec li que·m reteng’ am si, 37 totz mos amics prec a la mort. Gli editori, eccetto il Crescini, preferiscono la lezione di C (merce quier a mon companho, che ha un riscontro al verso 24 di questo manoscritto (on merce clamon pellegri: sostituisce on tuit peccador troban fi degli altri manoscritti, dove il verso ha la numerazione 28). Il Crescini preferisce invece la lezione di N1 N2 Ra (merce clam a mon conpaigno: cfr. v. 24 di C), che si addice al contesto solenne, latinizzante (sul tipo: Te clamamus, Domine).

mon conpaignon: va esclusa la traduzione al plurale (Riquer «a mi compañeros», Casella «ai miei compagni»), che oltretutto richiederebbe mos, non mon; si tratterà invece di un singolare collettivo (Diez «dem Nächsten», Jeanroy «à mon prochain»), oppure di un normale singolare (cfr. perdón 22, 3ª ps. si. del cong. pres. di perdonar: 3ª plur. è perdónen): in questultimo caso, il termine potrebbe riferirsi a Folco d'Angiò, «compagno» feudale di Guglielmo, a cui questi fi tort nel 1107, tenendolo prigioniero allorché gli fu affidato dalla madre Bertrada di Montfort, recatasi alla corte di Francia (nel 1110, Folco sostiene Uc Brun di Lusignan e Guillaume di Parthenay nella loro lotta contro analoghe usurpazioni di Guglielmo). Meno bene funziona il riferimento di conpaigno alla seconda moglie di Guglielmo, Filippa Matilde, vedova di Sancho Ramirez di Navarra e Aragona, ripudiata nel 1115: esso regge solo se si accetta la datazione tarda (1117) del componimento, e anche in tal caso male, perché Filippa muore nel 1117 o nel 1118, il 28 novembre (cfr. Bezzola, Ro LXVI,1940, 190).

22. tort, perdon: come per merce prec, appartengono al linguaggio delle formule di contrizione e di penitenza (merce quier è ancora più tipico, e forse per questo preferito da C).

m’o: l'accusativo singolare neutro del pronome atono è o (Schultz-Gora § 115); lo·m di N1N2Ca si riferirà direttamente a tort. La forma o può essere anche dimostrativo neutro (< HOC).

23. il prec: solo CR portano ieu prec, lezione accettata da tutti gli editori; per la lezione il prec, parla uno schema di «rinvio» (prec mon conpaigno... que... il prec en Jezu), collegabile al concetto cristiano dell’intercessione; per uno schema logico affine, cfr.. IV 38 ss.

en Jezu: en «Dominus» è lectio difficilior rispetto a en «ne, di ciò», come intendono N1N2CRa, che danno prec ne. Per il concetto di Cristo come supremo signore feudale dei signori cristiani, cfr. Wechssler, Frauendienst, p. 163, che rinvia fra l'altro a Flach, Origines, II 523, nota.

del tron: cfr. SFides 61 Deu del tron, e la nota corrispondente (II 90-91), che rinvia a testi biblici su «Dio in cielo in trono» (spec, Apoc. IV 2 ss.) e all'iconografia dei timpani delle chiese romaniche (cfr. Mâle, Art rel., pp. 4-9, 378-380, ecc.). Tron significa sia «trono», sia «cielo», e in genere, nelle espressioni tipo Jezu del tron, Deus del tron (GRouss 385, 2993, 2238), viene tradotto «cielo» (così anche dagli editori in questo passo). Cfr. anche i clichés delle chansons de geste elencati da D. Mac Millan in Mélanges Delbouille II 486.

24. en romans et en son lati: così tutti i manoscritti, eccetto C, che regolarizza, seguito dagli editori, in et en romans et en lati. Solo il Roncaglia, Dispense, legge come qui, traducendo «in romanzo e nel suo latino» (la lingua di Cristo e della Chiesa). Un'altra interpretazione avanza lo Storost (ZFSL, cit., p. 366, nota 2, e Altprov. Sirventes, p. 78): in son lati = in sono latino «in der frommen Melodie eines lateinischen Kirchenliedes»: l'espressione riguarderebbe il genere del modello a cui si rifà Guglielmo, dato che la forma strofica del componimento presente è quella dell'inno, con elementi di sequenza. Anche l'Appel, ed. BV, p. cv, nota 1, traduce en son lati «auf lateinischer Singweise», rinviando, per lo schema metrico aaab, a Marc VI, IX (schema aabb) e XXIII. Tale schema manca in Cerc, JR e BV.
   Intendendo l'espressione in senso «linguistico», si veda PAlv XVIII 1 ss. Dieus / ... / ... nomnatz Salvaire Cristz / en lati e sobr'ebrays («in latino e inoltre in ebraico»; ma il testo è incerto; notevole il fatto che anche qui C corregga regolarizzando: en lati et en ebrays); BMarti V 54 segon romans e clercia, e nota p. 51: «S'opposant a romans, clercia est ici l'équivalent de latin. Le sens est peut-être 'd'après les ouvrages en langue vulgaire et en latin'».

25. de... fui: esser de «gehören jemandem» (Appel, Chrest., gloss.): lo Jeanroy amplia in «je ai été ami de». Visto anche il secondo senso di esser de («herstammen von»; cfr.. Appel, Chrest., gloss.; SW III 212, 12), sarà preferibile un’interpretazione del tipo «servii, fui soggetto di», oppure «appartenni alla cerchia di».

proeza, joi: così leggono DIK; aN1N2 recano preoeza, joven; C proeza, valor; R proeza, ardimen. La lezione joi è preferibile perchè apre la serie proseguita da gais 29, joi 39, joi 41 (tutte espressioni inserite in contesti che appartengono alla dimensione del passato; come qui fui, preferibile quindi a suy del ms. C). Il Camproux, Joi, p. 108, traduce questo passo: «j'appartins jadis à Prouesse et à Joi», sottolineando l'aspetto attivo del sentimento di Joi.

26. partém: come leggono tutti gli editori, seguendo C (partem; a parteim); l’abbreviazione degli altri manoscritti (parlē DIKN1; N2 parte) può leggersi come 1ª persona plurale (cfr. il Riquer, in nota: «partem supone un sujeto nos, es decir 'nos separamos, yo y bravura y alegria’»). Il concetto del passo è ripreso in Marc VII 15-16 fols fui per Amor servir, / mas vengut em al partir.

28. fi: «pace, riposo», in rima equivoca con fi 32 «morte». Cfr. X 11 e 20, note. Trobar fi anche in Marc XI 35 non troba fin ni pauza (nel glossario erroneamente sotto il significato «fin»).

Cellui on tut pecador troban fi: è Dio (cfr. 30, 35); il manoscritto C, cobla 6 legge seluy on merce clamon pellegri, il che fa pensare ad allusione a un pellegrinaggio (a S. Jacopo di Compostella, come fu avanzato per l’occasione del componimento). Cfr. Cerc VI 53-54 (planh, cit.) Sant Jacme, membreus del baro / que denant vos jai pelegris: il «pellegrinaggio» può quindi riferirsi pure alla morte e all'itinerario dell’anima.

29 s.: La stessa struttura di questi due versi si riconosce in ROr XXVIII 1-3 Lonc temps ai estat cubertz, / mas Dieus no vol q'ieu oimais / puosca cobrir ma besoigna; e in Marc VII (cit. alle note 26 e 31) 17-18 per Amor sueill esser gais / mas [eu] no·m serai jamais (si osservi la rima gais: jamais).

— cuendes: cfr. BV, gloss., s.v. conhde «gefällig» (p. es. VII 11 conhde e gai [in rima con mai]; XVI 46; XVIII 5); ROr XXVIII 19 e nota, per l'espressione coindes e degertz, più rara di coindes e gais (ibid., IX 61): coindes «agreeable, jovial, handsome».

31. soffrir lo fais: l'immagine di un pesante fardello (Donat 1599: fais = onus) è frequente, sia come metafora religiosa («peccati»: cfr. Cere V 43 ss. ara·s pot hom lavar et esclarzir / de gran blasme... / ... / ... / et ab aitan pot si liurar del fays / qu'assatz en fai trabucar e perir; PAlv VIII 17-18 e nota: la metafora del fays è interpretata dallo Zenker e dal Chaytor come estremo saluto al mondo, lo Scheludko parla di contemptus mundi), sia come metafora amoroso-moraleggiante («amore falso»: cfr. Marc VII, cit. sopra, 21-22 ben es cargatz de fol fais / qui d'amor es en pantais; JR IV 54 ss., explicit: e sapchatz tug cominalmen / quie·m tenc per ric e per manen / car soi descargatz de fol fais, ROr XIV 12-13 si qe fais ni afans / no·m pot esser dans: dove l'endiadi fais ni afans indica che si tratta di metafora semplicemente indicate «preoccupazione, difficolta»; GAdem V 29 sostenetz me lo fais: «aidez-moi à porter le fardeau»: amoroso). Aliri esempi in Pfister, Lexik. Unters., p. 689, che traduce il sofrir fais di GRouss 8434 (s[i] avenz chevalers por sofrir fais) con «supporter les peines de la lutte, soutenir la Jutte»: l'espressione esula quindi dalla tipologia accennata: così pure Marc XXXV, 55-58 (en Espaign’ e sai lo marques / e cill del temple Salamo / sofron lo pes / e·l fais de l'orgoill paganor); nonchè Sordello XXII 40-41 e XXXI 11 (su cui si veda Roncaglia, CN XIV, 1954, 239 s.).
   Sull’origine della metafora —che a nostro parere è poligenetica— vi sono opposte opinioni: secondo la Scheludko, Ovid, p. 174 (riferito a Marc VII, cit.), si tratta di immagine biblica (Ps. 37: iniquitates meae... sicut onus grave grava tae sunt super me); I'Hilka, ed. Florimont, p. cxix, nº 6, pensa invece ad Ovidio (Her. I 4, 24: sarcina; Rem, 90: iugum).
   In questo passo di Guglielmo, secondo lo Jeanroy, p. 41, si tratterebbe del fardello della scomunica; ma lo Storost, art. cit., dimostra che lo Jeanroy ha ricavato dal Recueil di Dom Bouquet una notizia riferentesi a un altro Guglielmo, pure conte di Poitiers.

33. guerpit: «abbandonato»; dal francico WERPJAN (ted. werfen), nel significato primario di «gettare», specializzato al rituale della «rinuncia» giuridica e poi generalizzato in questo senso secondario (cfr. P.W. Brosman jr., RPh XVIII, 1, 1964, 31-33). V. anche Pfister, Lexik, Unters., p. 500; Lewis, Society, p. 217 e note.

sueill: «ero solito». Il presente di soler ha spesso valore durativo; cfr. GBorn, gloss.; SW VII 784; G. Toja, CN XXIX, 1969, p. 78.

34. cavalaria: SW I 232 «ritterlich Tat»; ma qui si tratterà di un astratto, indicante le qualità mondane del cavaliere.

orgueill: cfr. I 26; come la, è l'orgoglio terreno.

35. Dieu platz: per l'obliquo come dativo, cfr. nota 11. — Platz è un placet della terminilogia feudale, riferito, come vol 30 e retenga 36, a Dio-signore (cfr. nota 23). In BV III 29-30, un’espressione simile è applicata —come di solito— a un rapporto amoroso: e s'a leis platz que·m retenha [cfr. qui 36 retenga] / far pot de me son talen.

acueill: «accetto»; cfr..SFides 267 ne Minerva gens non acoill (in rima con soill 264, orgoill 271): la santa rifiuta il culto pagano,

36. reteng(a): per retener, cfr. IX 33 e nota; il significato tecnico è «tenere come vassallo, prendere al proprio servizio». Anche in LCig, Oi, Maire, fillia de Dieu, vv. 16-18, si ha una mossa analoga (si tratta di una tipica canzone di penitenza): qu'eu non agra guirensa, / s'ab merce / Deus no·m perdon e·m rete.

37. amics: il ms. C legge enemicx, forse sul modello di schemi religiosi e variando rispetto alla cobla in esso precedente, che è quella iniziante merce quier a mon companho (opposto a mos enemicx?). Ma amic è termine tecnico feudale, indicante «vassallo cresciuto presso il signore e appartenente alla sua maisnee» (cfr. Wechssler, Frauendienst, p. 176, n. 75): Guglielmo quindi rimane nell'ambito indicato da retenga, rivolgendosi ora ai soggetti e non al superiore.

a la mort: Jeanroy «après ma mort»; Riquer «a mi muerte»; lo Storost, p. 360, riferisce l'espressione a prec («prego, al momento della mia morte»); la lezione di N1N2Ra, che spostano il que (prec que a la mort / veignon) indicherebbe però la prima soluzione. A la mort ha in effetti doppia funzione logica («al momento della morte prego» e «vengano al momento della mia morte»), ma la seconda funzione potrebbe essere contenuta nel verso seguente, se si legge que i vengan.

38. que i vengan: ricavabile dal qi del ms. D (I que il, K qui eill, C que; per NRa v. nota prec.); forse però D scrive male un ql (qu'el, qu'il). Il verso è comunque confuso, come risulta dalla varia lectio.

39. joi e deport: iterazione sinonimica: cfr.. 25 proezae... joi, I 3 e nota; etc. Il Camproux, Joi, p. 108, traduce: «joie et jeux». Cfr. anche E. Lerch, CN III, 1943, 222 ss. («Trost» e «Freude»).

40. Interessante la lezione di R (el luenh e pres del mon aysi: «in ogni punto del mio dominio»); cfr. Dragonetti, Aizi, p. 141. V. anche VII 29 e nota.

41. guerpisc: riprende ai guerpit 33; e si oppone, nel tempo verbale, ad esso e ad ai avut 39.

42. vair e gris e sembeli: simboli del fasto terreno, e per questo più tardi proibiti ai Crociati (cfr.. Diez, Leben u. Werke, p. 14, nota 1). L'espressione compare anche, per es., in area italiana sett.: Uguccione, Libro, 12 (Poeti del Duecento I 600): nell'inferno non si troveranno leto ni bancaqe sïa da onor / vairi ni armelin, — coltra ne cuvertor; Anonimo Genovese, ed. Cocito, CXXXVIII 125-131 (sullo splendore economico di Gemova): Zê, chi destinguer porrea / de quante mainere sea / li car naxici e li cendai, / xamiti, drapi dorai, / le care pene e i ermerin, / leticie. vai e [i] arcornim / e l'atra pelizaria?.
   Su vair, cfr. anche Roncaglia, CN XXIX, 1969, p. 27, n. 45.

 

 

 

 

 

 

 

 

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