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Beltrami, Pietro G. Variazioni di schema e altre note di metrica provenzale: a proposito di Bertran de Born, "Puois Ventadorns" e "Sel qui camja". "Studi Mediolatini e Volgari", 35 (1989), pp. 5-42.

Postilla 2013.

080,033- Bertran de Born

Non ho, sul contesto storico della poesia (riferibile alle lotte del 1182 fra i baroni aquitani, mal sostenuti, secondo Bertran de Born, da Enrico il Giovane, contro Riccardo) dati nuovi rispetto a quelli noti, esaminati con particolare accuratezza nelle edizioni di Gouiran e di Paden. La prima stanza cita i quattro visconti limosini (Eble IV Archambaut di Ventadorn, Archambaut V di Comborn, Aimar V di Limoges, signore di Ségur, Raimondo II di Turenne) con le loro dipendenze (Bernart di Casnac, signore di Monfort, era genero di Raimondo II di Turenne; probabilmente Guglielmo di Gourdon era legato alla casa di Monfort), alleati con il conte di Périgord Elia VI Talairan. La seconda strofa esprime le lagnanze che hanno ragione di avanzare i signori di Puyguilhem, Clérans, Grignols e Saint-Astier (tutti legati alla casa comitale di Périgord), e con loro i Turenne e i conti d’Angoulême (nella circostanza Guglielmo Tagliaferro) contro Enrico il Giovane, che dovrebbe sostenere e non sostiene la loro causa. La terza strofa raggruppa i signori guasconi e i loro vicini, che potrebbero impegnare Riccardo «da quella parte», rendendogli difficile di combattere «da questa parte», nel Limosino e dalle parti di Altaforte: Gastone VI visconte di Béarn e di Gavardan, Vézian II visconte di Lomagne, Bernart IV conte d’Armagnac, Pietro visconte di Dax (ant. Aics), il visconte di Tartas, Centule I di Bigorre visconte di Marsan. La quarta strofa menziona i signori già vinti o danneggiati da Riccardo, per evitare la sorte dei quali dev’essere rinnovata la lotta: Goffredo di Rancon signore di Taillebourg, il signore di Pons, dipendente dal primo, Goffredo di Lusignano, Raoul di Mauléon (padre del più celebre Savaric), Goffredo di Tonnay, il visconte di Civray, infine il visconte di Thouars, Aimeric VII, che ora è minacciato. La quinta strofa allude alla vicenda della fortezza di Clairvaux, costruita da Riccardo contro gli accordi: qui l’enumerazione dei nomi di luogo che definiscono l’insediamento militare, pur non gratuita (Mirebeau, Loudun e Chinon sono fortezze di Enrico II), diventa ormai scopertamente una risorsa stilistica.
 
5. II secondo qu’ieu è di tutti gli altri mss. contro A que m’ en entremeta scelto da Gouiran (Stimming¹ e Appel qu’ieu). La lezione m’en entremeta di ADIK, con en pleonastico e forse anzi di troppo, risulta probabilmente dall’eliminazione di una dialefe, contro m’entremeta di F e del testo diverso di C. Non accetto però la soluzione di M. PERUGI, Le canzoni di Arnaut Daniel, I, Prolegomeni, Milano-Napoli 1978, p. 175, «m’es bel que eu chant e m’entremeta», non tanto per le tre sillabe che si devono così ricavare da que eü, ma perché essa porta, senza che ve ne siano a mio avviso ragioni cogenti, alla somma di due tratti rari anche da soli, bisillabo e la cesura italiana ( in quarta e quinta sillaba).
 
12. Appel stampa solo et... maior; De Poerck et a sobrier e<n> Engolmes, Paden et a sobrier totz Engolmes (cioè la lezione di A, dove Engolmes è tradotto «any supporter of Guilhem Taillafer»), Gouiran et a sobrier Engolesmes (cioè sostanzialmente la lezione di C, come Stimming). Tutti fanno dipendere d’en Charretier, v. 13, da maior, comparativo a sua volta di honor: «onore... maggiore di quello che ha il signor Carrettiere». A me pare invece evidente che Bertran stia parlando ironicamente dei vantaggi che i signori hanno ottenuto dall’adesione al partito di Enrico il Giovane, ora che egli ha accettato la pace; il concetto che la più danneggiata sia la casa d’Angoulême è già contenuto, per antifrasi, in maior, rispetto al quale a sobrier di AC è un’inutile duplicazione. Non mi pare un argomento decisivo contro questa interpretazione il fatto che così Torena, la casa di Turenne, è citata due volte nella poesia. Intendo che aver sia qui l’equivalente di tener nell’espressione e·l reis de cui ieu tenc m’onor «il re da cui io tengo il mio feudo (i miei feudi)», Guglielmo IX, 183,10 (Guglielmo IX d’Aquitania, Poesie, ed. crit. a c. di N. PASERO, XI), v. 14. honor nel senso di «onore» contrapposto a desonor è invece ai vv. 15-16 (senza quindi che ci sia ripetizione).
 
Si sarebbe portati a preferire, con Gouiran, Engolesme[s] di C a Engolmes degli altri mss, perché la lista di signori feudali li nomina con il nome della città, non della regione, e a stampare e Torena, e Engolesmes maior, se non fosse per la difficoltà metrica di e in sinalefe iniziale di emistichio (bisognerebbe forse dividere e Torena et - Engolesmes maior: entrambe le soluzioni sono teoricamente possibili, ma non probabili). Ma con ogni probabilità qui Engolmes è plurale, e designa non il solo Tagliaferro (probabilmente Guglielmo, perché il più anziano, ma il soprannome fu portato anche dagli altri fratelli) di cui si parla nella tornada, ma i tre fratelli Elia, Guglielmo e Ademaro che, alla morte del loro fratello maggiore Wulgrin, disputarono la successione alla figlia di lui Matilde, e furono contrastati da Riccardo (cfr. Thomas, p. 15). Dopo la disavventura della perdita di Altaforte Bertran citerà i tre nella lista di coloro che lo hanno tradito: «Vas mi son perjurat... e li trei comte fat / Engolmezin» (80,21 Ges no mi desconort, ed. Gouiran, 17, vv. 16, 22-3). La traduzione «certi Angoumois» cerca di dare un senso alla mancanza dell’articolo, che forse è invece da integrare: e[·il] Engolmes.
 
13. L’allusione al Chevalier de la charrete, notata da Y. LEFÈVRE, Bertran de Born et la littérature française de son temps, «Mélanges... Frappier», Genève 1970, pp. 603-9, e fraintesa dalla razo, che vi costruisce intorno una storia di tasse sui carri percepite da Enrico il Giovane e sottratte a lui da Riccardo, è interessante dal punto di vista letterario, perché Bertran interpreta subito correttamente il fatto di essere salito sulla carretta come il vero titolo di merito di Lancillotto, e per contro l’ ‘abbandono’ della carretta come una mancanza, eventuale per Lancillotto, metaforicamente reale per Enrico, al contrario di quanto dice in apparenza il dibattito interiore di Lancillotto prima che la prova sia affrontata (Le chevalier de la charrete, pub. par M. ROQUES, CFMA, 86, Paris 1958, vv. 360-77; cfr. P. G. BELTRAMI, Racconto mitico e linguaggio lirico: per l’interpretazione del «Chevalier de la charrete», «Studi mediolatini e volgari», XXX, 1984, pp. 5-67, pp. 37 ss.; e, anche per il problema delle date, P. G. BELTRAMI, Lancelot entre Lanzelet et Eneas: remarques sur le sens du «Chevalier de la charrete», «Zeitschrift für französische Sprache und Literatur», XCIX, 1989, pp. 234-60, p. 239 e n. 23). Per quanto riguarda l’abbandono degli alleati da parte di Enrico il Giovane (c’è concordia fra gli studiosi sul fatto che sia proprio lui il Charretier del testo), si allude alla riconciliazione fra Enrico e Riccardo del giugno 1182 (Kastner, p. 47).
 
18. Per s’atendre a «to pay heed to», «to obey», v. Kastner, p. 47.
 
20. Concordo con De Poerck, p. 438, che rifiuta et Armagnacs (Armainacs) di DIK perché ripetitivo rispetto a e·n Bernardos del v. precedente («Bernardon, ou plus exactement Bernard, quatrième du nom (1160-1190), étant précisément aussi comte d’Armagnac»), ma accetta di DIK e Tartas e Marsans (che stampo Marsas per le ragioni già esposte), perché il visconte di Tartas è menzionato dalla razo, e la lezione è «parfaitement recevable, puisque les vicomtes de Dax, Tartas e Marsan sont tous trois vassaux de vieille date du duc de Gascogne».
 
21. d’aquesta part di A, a testo nell’ed. Gouiran, è un errore evidente che fa perdere la correlazione con il successivo en sai.
 
23. Come al v. 5, C e F conservano la forma senza sinalefe dopo que (quez C) e dopo et (o ez, non ridotto a e); così propone Perugi, Prolegomeni, cit., p. 21.
 
24. Kastner, p. 48, conferma la trad. di Thomas «en venir aux mains» per s’ajostar. Con «affrontare» (nello stesso senso) cerco di rendere meglio il valore etimologico del verbo. Poiché il testo, come ho cercalo di dimostrare, non è affatto «construit d’une façon assez négligente» (J. MARSHALL, Une versification, cit., p. 42), non credo proprio che i due versi ‘aggiunti’ da C possano convivere con l’intero testo della strofa com’è dato dagli altri mss.; si tratta evidentemente di una lezione alternativa giustapposta all’altra per collazione.
 
26. P. MEYER, L’imparfait du subjonctif en es (provençal), «Romania», VIII, 1879, pp. 155-62, p. 156 n. 5 interpretava pes come un francesismo equivalente a paix, che però non è adeguato al senso. In opposizione Chabaneau, recensendo Meyer nella «Revue des langues romanes», XVI, 1879, pp. 82-3, sosteneva la lezione fossen pres, con riferimento alla razo, che, effettivamente, doveva leggere il testo proprio in questa forma: «E si·l seigner de Malleon — so era En Raols de Malleon, la paire d’En Savaric — e·l seigner de Taunai e·l vescoms de Siorai e·l seigner de Taillaborc e·l vescoms de Toartz, que tuit aqist lor adjudarian, si lor fossen de pres...» (ed. Boutière-Schutz, p. 99; Gouiran, p. 184 e Gouiran², p. 132 l’aiudarian). La lezione fossen pres è però giustamente scartata fin dalla prima ed. di Stimming: il testo non sembra parlare tanto della vicinanza, quanto della possibilità per questi signori di portare aiuto, venuta meno o diminuita dopo le recenti sconfitte.
 
31-2. Perugi, Prolegomeni, cit., p. 21, risolve «E demandem li, que el dreich nos fassa, / los homes que eu·ns a traitz d’entre·ls mas», spiegando homenes per homes come dilatazione conseguente alla riduzione della dialefe dopo que; ma homenes, non homes è la parola richiesta dal senso. Per homenes «omaggio feudale» cfr. C. BRUNEL, Les plus anciennes chartes en langue provençale, I, Paris 1926, homenes al n. 313 (1197), 3-4 «e fai l’en homenes e feeutat», 6-7 «quan l’en fai primeirament homenes»; omenesc al n. 282 (1195), 10 «el feu Raimont de la Mota ont a omenesc»; in lat. hominium, al n. 170 (1179), 15 «Et in eodem loco et eisdem testibus videntibus fecerunt hominium episcopo». L’esempio di homeneis dato da E. LEVY, Provenzalisches Supplement-Wörterbuch, Leipzig 1894-1924 (= SW), s.v. omenes, è più tardo (XV sec). Per l’antico francese cfr. A. TOBLER - E. LOMMATZSCH, Altfranzösisches Wörterbuch, Berlin 1915 ss., Wiesbaden 1960 ss., s.v. omenois (un esempio dal Florimont). Bertran parla dunque degli omaggi estorti da Riccardo ai baroni aquitani (non ha propriamente tolto loro i feudi, ma li ha costretti a rendere a lui l’omaggio per essi), alludendo, tra le varie forme dell’omaggio, a quello che viene prestato dal vassallo ponendo le mani giunte tra quelle del sovrano: un’ampia documentazione in DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, rist. Graz 1954, s.v. hominium (largamente documentata, ivi, anche la forma hominiscum). Meno documentato (ivi) «homagium, et hominia, pro territorio, intra quod hominia, vel servitia quaevis, etiam operarum, domino debentur»; ma omenesc nel senso di «feudo» è nella tenzone di Bonafe con Blacatz (O. SOLTAU, Die Werke des Trobadors Blacatz, «Zeitschrift für romanische Philologie», XXIII, 1899, pp. 201-48, XXIV, 1900, pp. 33-60, VI, vv. 1-4): «Seingn’en Blacatz, talant ai que vos queira / de la terra don avetz tal sobreira / e donatz me, si·us platz, vostra verqueira / e l’omenesc d’en Guillem de Barreira...». Credo in definitiva più aderente al testo la resa di Thomas, «hommage», nonostante l’opinione contraria di Kastner, p. 48 («land», «territory»), che accoglie le proposte di Chabaneau e di Appel.
 
32. quel nos di DFIK è un restauro sillabico, conseguente alla riduzione di homenes a homes, che può ben risalire alla lezione qe·ns testimoniata da A.
 
33 ss. Nota giustamente Gouiran che il fatto che i cronisti menzionino la questione della fortezza di Clairvaux solo alla fine del 1182 non può far escludere che l’iniziativa di Riccardo sia alquanto precedente.
 
41. Per pairejar cfr. Marcabruno, Al departir del brau tempier (293,3, ed. Au. Roncaglia, Marcabruno: Al departir del brau tempier, «Cultura neolatina» XIII, 1953, pp. 5-33), v. 33 «Doncs no pairejon li derrier?».
 
42. o deve avere valore coordinante, non avversativo, perché non risulta alcun giudizio negativo di Bertran de Born contro Luigi VÌI, padre di Augusto.
 
43-44. Non risulta altrimenti, notano i commentatori, che Guglielmo Tagliaferro, conte d’Angoulême, abbia prestato omaggio a Filippo Augusto, per sottrarsi alla sovranità di Riccardo; questa può essere l’unica attestazione, o può trattarsi di un suggerimento presentato in poesia come un fatto compiuto. In effetti qui si allude ad un omaggio prestato da Tagliaferro a Filippo, ma per dare un senso preciso alla seconda tornada bisogna rovesciare la traduzione di Gouiran («Du roi Philippe, nous saurons bien s’il tient de son père ou s’il suivra la noble pratique de Charles à l’égard de Taillefer qui le reconnaît pour le suzerain d’Angoulême que Philippe lui a donné»). L’omaggio prestato è espresso da «l’en a fait do» (Tagliaferro a Filippo); Filippo riconosce Tagliaferro signore d’Angoulême («que per seignor l’autreia»: soggetto Filippo, oggetto Tagliaferro; que «poiché», «dal momento che»), e un re non ha il diritto di modificare la parola data.

 

POSTILLA 2013

Nel ventennio abbondante trascorso da quando questo articolo è stato pubblicato, numerosi testi fra quelli esaminati, e forse tutti i più importanti, hanno avuto nuove edizioni, ma non potrei seriamente aggiornare il lavoro senza rifarlo. Segnalo solo che l’articolo di Michele Loporcaro citato in preprint nella nota 42 è stato pubblicato in «Medioevo Romanzo» XV (1990), pp. 17-60.

PIETRO G. BELTRAMI

 

 

 

 

 

 

 

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