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Pasero, Nicolò. Guiglielmo IX. Poesie. Modena: S.T.E.M.-Mucchi, 1973

[CdT en procés d'incorporació]

183,004- Guilhem de Peitieu

 

  Tenendo presente la funzione di istanza giuridica che compete al signore feudale, si può leggere questo componimento nella chiave d’una requisitoria relativa a un caso sottoposto alla «corte» (il doppio senso del termine è di per sé significativo).

     L’esordio lo propone esplicitamente (una domna s’es clamatda de sos gardadars a mei), indicando la presenza di due parti in causa e il ricorso d’una di esse appunto all’istanza giudiziaria, che è l'autore medesimo; di più: i compaigno, anche qui – come nei testi precedenti – interpellati all'inizio, assumono le funzioni di pubblico (da convincere), di adlati del giudice, e, insomma, anche di giurati . A questi si rivolge, difatti- com’è nella tradizione del discorso giudiziale –, la perorazione affettiva dell’esordio (non puosc mudar qu'eo no m'effrei), che ha la classica funzione del publicum attentum parare , promettendo novellas di garantita veridicità (qu’ai auzidas e que vei). Segue l’esposizione del caso, con il verbale della dichiarazione della dama (e diz que...), il che pregiudizia già la decisione a suo favore. L’accusa è svolta nella sua essenza astratta (infrazione della legalità: v. 4) e nella sua manifestazione concreta (sequestro di persona: v. 5); il dolus è soppesato in vista di una precisazione delle specifiche responsabilità dell’us e dell’autre degli accusati — è ormai chiaro che si tratta di accusati —, anche se il danno materiale e morale della parte lesa ne rimane impregiudicato (v. 6).

     A questa prima fase si collega poli — ancora nella tradizione perorativa dell’accusa — una fase ad adversariorum personam , che abilmente ricollega il caso discusso (v. 7) alla personalità dei gardadors: questa è di pinta sotto aspetti nettamente sfavorevoli, in particolar modo si insiste sulle loro indegne compagnie (v. 8) e sul loro sregolato comportamento sociale (v. 9) .

     L’apostrafe successiva (coblas IV-VI) è diretta ad adversarios, e il suo scopo principale è quello di stabilire la presenza possibile di aggravanti (come la provocazione di reazioni illegali da parte della vittima: v. 15), anche laddove queste non siano intenzionali. Gli accusati, difatti, potrebbero sostenere che appunto la custodia mette la donna nell’impossibilità di agire illegalmente: ma il contro-argomento nega che una guardia abbi a costante attenzione (V. 12) e ammonisce gli accusati a cessare pratiche che inducono la pri gioniera ad infrangere la legalità (del resto, si insiste, l’esperienza mostra che tali reazioni sono inevitabili, quale che sia l’integrità della dama: v. 13).

     Il concetto esposto è affine a quello della legittima difesa, o comunque dell’adeguazione dei mezzi alla situazione: la fei — intesa come adempienza a determinate norme — ha i suoi limiti là dove il suo mantenimento condurrebbe (per motivi indipendenti dalla volontà di chi accetta le norme medesime) all’autodistruzione. Tale concetto del diritto naturale trova illustrazione appunto nella sententia finale (v. 22), ad uso e consumo dei «giurati» : l'infrazione delle norme non è qui un reato, anzi si giustifica «per forza maggiore», e vanno puniti i veri colpevoli (i gardadors). Un Consenso sul verdetto favorevole alla parte denunciante dipende quindi dal riconoscimento (non i a negu de vos ia·m desautrei ...) della validità della tesi sostenuta dall’autore: la perorazione finale, ad ogni buon conto, riprende l'argomento con l’ipotesi (retorica) di un transfer dei giurati nella situazione della parte lesa, e risponde implicitamente a favore di questa.

     In tale prospettiva, il componimento riprova e condanna non tanto il caso singolo messo in discussione dalla denuncia, quanto l’infrazione, da parte dei gardadors, di un sistema di norme, non direttamente enumerate, bensì presupposte come ideologia comune dell’autore e del suo pubblico. Come nel sirventese , ma su un piano più ristretto, definibile come quello di una legalità privata, la perturbazione dell’ordine è qui provocata da terzi, individui la cui personalità e il cui comportamento dimostrano incomprensione per il sistema, anzi estraneità ad esso: ci si riallaccia con ciò alla tematica dei vilan, accennata ai vv. 8-9 ( ).

     Il precetto che viene infranto, nel caso specifico, è quello del diritto di una donna al libero sviluppo della propria personalità, principalmente in materia di soddisfazione amorosa.

     Il garante delle norme – nella persona dell’autore –, che ha il dovere di ristabilire l’ordine costituito, amplia però la requisitoria ad un aspetto laterale del problema, senza poi pronunciare una sentenza, cioè un chiaro divieto ai gardadors di persistere nell’illegalità (qui si ha già una notevole deviazione dalla fisionomia tipica di una Rechtssprechung).

   Piuttosto, come s’è visto, prevale la mossa didattica , rivolta soprattutto al pubblico dei compaigno: tale spostamento d’accenti è indice di una sicurezza esprimentesi anche nel carattere affermativo della sintassi , che riconduce alla posizione dell’autore nei confronti degli ascoltatori (quella del superiore). L’indignatio dell’esordi, legata al «caso» specifico, cede poi il posto a una pacata sicurezza.

     Un altro punto in cui la proposta di lettura «guiridica» offre delle difficoltà – oltre alla mancanza di una sentenza conclusiva, come nei veri processi – è l’impasto metaforico che caratterizza il testo e, che si può ricondurre, dal punto di vista funzionale, alla retorica dei tropi . Si tratta chiaramente, per queste metafore (briglia, vv.5-6; equipaggiamento del cavaliere, vv.16-18; vino, acqua, sete, vv. 20-21,22), di tropi pertinenti alla lingua d’uso, solo secondariamente alla lingua letteraria, e ad ogni modo non a quella giuridica . La loro presenza va messa un rapporto con l’interessa dell’autore ad una partecipazione affettiva – ed eventualmente giudiziale – del pubblico (come osserva il Lausberg: «Der Tropus ist … ein künstlerisch·parteiisch englobement des Publikums») ; almeno per il complesso metaforico legato alla immagine dei « cavalli », si ha lo stesso espediente indicato nella canzone precedente (Companho, faray un vers): la pertinenza dell’immagine a una sfera d’interesse primario degli ascoltatori esplicitamente nominati eleva la fruibilità del messaggio, che potrebbe altrimenti restare troppo astratto. Anche la presenza di elementi della sfera semantica « villania », applicati ai gardadors (vv. 7-9), è – come s’è visto – un segnale per gli ascoltatori, che li mette in guardia contro gli estranei al proprio mondo e alle leggi che lo guidano.

 

EDIZIONI PRINCIPALI: Jeanroy, II. Bartsch. Chrest.; Riquer, p. 9.

 

METRICA: 7 coblas unissonans di 3 versi + 1 tornada di 1 verso (« Nachkangtornada »); schema: 11a 11a 14a (efr. Frank, 1:2). Tornada: 14a.

Rime maschili (-ei).

Rima equivoca: 17:21 (sei).

Rima ricca: 21:22 (de sei:dessei); v. nota ai versi.

Cesure:
1) versi di 11 sillabe:
a) 7+ 4, cesura maschile: 7 casi (vv. 1, 7, 8, 10, 16, 19, 20).

b) 7+ 4, cesura all’italiana (femminile): 5 casi (vv. 2, 4, 5, 14, 17).

c) vv. 11 e 13: cesura maschile con elisione (v. 11: fóli’/a; v. 13: dómn’/ab). V. le note.

2) versi di 14 sillabe:

a) 7 + 7, cesura maschile: nessun caso; il v. 18, che è difettoso (12 sillabe) potrebbe avere cesura maschile (dopo cavál/), ma sarebbe l’unico caso.

b) 7+7 (in realtà: 8 +7), cesura epica: 6 casi (vv. 3, 6, 9, 15, 21), cioè tutti quelli regolari. Anche il v. 18 potrebbe avere cesura epica, per es. leggendo cavál [a/ela] (v. la nota al verso).

c) v. 18: vedi a) e b).

Tenendo conto delle cesure, si possono osservare le rime interne: 7:8 (lor:for):10 (gardador); clamada:esserrada (3:5) sarebbero rime femminili, inconsuete in Guglielmo.

Si noterà infine l’allitterazione vocalica delle parole precedenti la сеsura nei 14·sillabi (clamáda 3, estáca 6; náuza 9, gárda 12; cavál[a] 18?; áiga 21.22), fatta eccezione per il v. 15 (proéssa).
 

 

 

 

 

 

 

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